Questo comune abruzzese, facente parte del parco regionale del Sirente
Velino istituito dalla Regione Abruzzo nel 1989, sorge sulle pendici nord orientali del monte d'Ocre (m.2206) in
provincia di L'Aquila da cui dista circa 13 km e si estende su 140 ettari.
E' formato dalle frazioni di
San Panfilo (sede comunale m.850), San Felice,
San Martino, Valle e
Cavalletto.
Con le sue peculiarità naturali, i suddetti antichi centri
abitati e i suoi preziosi monumenti, dà la possibilità al visitatore di
percorrere un piacevole ed interessante itinerario culturale e
naturalistico.
Nel periodo 293-90 a.C. il territorio vestino cismontano, al quale appartiene quello di
Ocre, è incorporato nello stato romano. Tracce di un insediamento vestino
nel territorio di Ocre sarebbero costituite da alcune iscrizioni site dov'è la
chiesa di S. Maria d'Aprico, tra S. Felice e Valle, e da alcune costruzioni in
opera poligonale, presenti vicino al monastero di S. Spirito. E' però
probabile che già in periodi precedenti vi sia stata un'altura fortificata, che
il termine italico 'ocre' sta appunto ad indicare, costituita sul monte Circolo
e corrispondente all'odierno Castello d'Ocre.
Dall'opera "Punica" dello
storico Silio Italico e da recenti studi sull'economia dell'Abruzzo pre-romano e
romano, possiamo dedurre che le genti di Ocre vivessero essenzialmente di
pastorizia, integrata in minima parte dalla caccia e dall'agricoltura.
Nel 27 a.C. il territorio vestino fu incorporato nella IV Regione d'Italia.
Nella notte del 19 ottobre 250, durante il regno dell'imperatore Decio Bruto, dal
versante a strapiombo del Monte Circolo che dà su Fossa (Aveia), fu precipitato
il martire cristiano S. Massimo Levita.
Successivamente il territorio di
Ocre viene incorporato in quello di Forcona a sua volta posto, dal 554, sotto
l'autorità dell'Esarca di Ravenna che durerà fino all'avvento dei Longobardi
(distruttori della città di Aveia verso la fine del VI secolo). È questo un
periodo di transizione in cui viene meno l'autorità imperiale (nel 410 Alarico
devasta Roma), stenta ad affermarsi un nuovo ordine ed il vuoto di potere che ne
consegue, porta alle scorribande barbare per tutta l'Italia Centrale. È con
i longobardi che inizia la formazione in Abruzzo di sette Gastaldati, che
diventeranno Comitati o Contee, base delle successive divisioni feudali; il
territorio di Ocre sito in quello di Forcona diviene, tra il VI e VII secolo, di
proprietà del Ducato di Spoleto. Nel 773 il papato, rafforzatosi con la
diffusione del cristianesimo, si allea con i Franchi per contrastare la minaccia
longobarda e favorisce le discese in Italia di Pipino il Breve e di suo figlio
Carlomagno. I nuovi invasori dimostrano di non essere migliori dei
precedenti e nell'801 Pipino conquista Teate (Chieti) e massacra 32.000 abitanti
su 40.000. L'abitudine di Merovingi e Carolingi (Pipino fu il primo di
questi) di assegnare in usufrutto ai loro guerrieri le terre conquistate,
innesca il processo di frazionamento dei territori in feudi (parola tedesca che
indica beneficio del possesso) che porterà a quell'assetto politico, economico e
sociale che durerà fino al XIII secolo.
Nell'843 ha origine una delle prime
famiglie feudali abruzzesi, quella dei Conti dei Marsi o d'Albe che riunirà
sotto di se i Gastaldati, ora divenuti Comitati della Marsica, di Forcona, di
Amiterno, di Rieti e di Valva.
Tra il 930 ed il 940 l'abate del monastero di
Farfa, Ratfredo, dà in concessione vari terreni ed annessi situati nel
territorio di Forcona che nel documento in questione è chiamato Ocre, usando per
la prima volta questo nome e quello di S. Panfilo, individuando presso questi
l'esistenza di un centro produttivo. Si parla infatti di terre coltivate e
di vino, nonché della presenza di mulini che presuppongono la presenza di una
coltivazione del grano di una certa rilevanza. Il documento testimonia
inoltre come il cristianesimo, ormai forte e alleato con i Franchi, dà origine
ai vari ordini monastici; vengono infatti fondati nel VII secolo l'abbazia di
Farfa (Rieti), quella di Santo Stefano ad rivum maris (842), quella di S.
Clemente a Casauria e molte altre.
Nel 1143 la Marsica, Forcona, Amiterno,
Cicoli e Rieti sono annessi al Regno di Sicilia. Negli anni seguenti il re
Guglielmo II il Buono fa compilare un elenco dei baroni da cui Todino di
Collimento risulta essere il primo feudatario di Ocre.
Nel 1178 da una Bolla
del papa Alessandro III si deduce l'esistenza in Ocre di un castrum, castello o
elemento fortificato.
Nel 1198 Federico II raccoglie le contee in una regione
(poi Abruzzo) chiamata Justitiarus Aprutii con capitale Sulmona.
Da un'inchiesta sui feudatari del castello risulta che intorno al 1222 esso è
posseduto da Berardo d'Ocre Conte d'Albe al quale succede il figlio Berarduccio
ed un nipote, tale Tiballo Francesco. Terminate le successioni dei Conti
d'Albe, dopo un breve possesso di Boamondo Pissono, Giustiziere d'Abruzzo, il
castello passa alla Regia Curia.
Nel 1226 viene edificato il monastero
cistercense di S.Spirito d'Ocre che, con la presenza dei monaci, permise
un'evoluzione dell'economia locale fino ad ora di tipo curtense: Curtis:
entità economica autosufficiente, tendente a svolgere un ciclo economico
chiuso, limitando i rapporti commerciali con l'esterno. I monaci introducono
il giogo pettorale e la rotazione agraria triennale, favoriscono inoltre il
commercio rivolto però esclusivamente verso le realtà cistercensi vicine. Le
coltivazioni risultano essere principalmente del grano, orzo, miglio, alberi da
frutta, viti ed ortaggi, ovviamente vengono ancora praticate la caccia e
l'allevamento degli ovini.
Quando l'imperatore Federicò II conferisce, per i
servizi prestati come cancelliere del regno, il castello di Ocre e la relativa
baronia a Gualtieri d'Ocre, inizia il feudo di questo che, dopo l'interruzione
del conte Tommaso di Celano, continua grazie a Corrado IV; occorre inoltre
ricordare che da prima del 1250 della baronia di Ocre facevano parte anche Fossa
e Rocca di Cambio.
Nel 1254 viene ordinata la distruzione di tutti i
castelli del circondario per favorire la fondazione di L'Aquila; il Castello
d'Ocre si salva grazie all'influenza del Gualtieri presso la corte di Corrado IV
e soprattutto grazie alla sua posizione che gli permette un controllo visivo,
sulla Valle del fiume Aterno, e strategico, per le comunicazioni con l'altopiano
di Navelli e la valle del Tirino, nonché quelle con la Marsica, attraverso
l'altopiano delle Rocche, e delle vie di accesso a L'Aquila; tutto ciò è
organizzato in un sistema di avvistamenti triangolare. Il castello conserva
la sua importanza fino al XVI secolo quando ormai la sua originaria funzione
difensiva dei piccoli centri locali sarà secondaria a quella di centro di
comunicazione e di controllo strategico del territorio.
Il 21 maggio 1254 muore Corrado IV al quale succede Taranto Manfredi che affida il castello di
Ocre al Conte Galvano Lancia.
Dal 1262 tutto il contado di Ocre fa parte
della Terra Paganese, fino al 1266 quando nella battaglia di Benevento Carlo I
d'Angiò sconfigge Manfredi e si impadronisce di tutti i suoi beni. A seguito
di alcune rivolte dei vassalli aquilani, sia sotto Manfredi che sotto Carlo I
d'Angiò, la città dell'Aquila viene distrutta e ricostruita, così come vengono
saccheggiati o distrutti vari castelli del contado. Il castello di Ocre
sembra non avere ripercussioni perché già nel marzo e aprile del 1267, un anno
dopo il saccheggio del 1266, vi risiede la regina Beatrice ed in aprile Carlo I
d'Angiò stesso; castellano probabilmente è in questo periodo Egidio di Roceleau.
A quest'ultimo fino quasi al 1283 succede Morel de Saours. Questo è uno
dei periodi di maggiore splendore e di importanza di tutta la baronia di Ocre
indicata con il nome di Terra Ocrensi e comprendente Fossa e tutto l'Altopiano
delle Rocche. Dai registri angioini risulta che in esso risiedono il
castellano, un cappellano e venti serventi e che è per importanza il terzo di
tutto l'Abruzzo Ulteriore.
A seguito della battaglia di Tagliacozzo, dove
Carlo I d'Angiò batté Corradino di Svevia e i baroni che gli si erano uniti,
l'Abruzzo viene diviso in due province separate dal fiume Pescara: la citra e
l'ultra.
Nel 1283, dopo quasi due anni di possesso da parte del milite
Giovanni di Bissone, il castello di Ocre diventa demaniale.
Nel 1351 si ha la
prima notizia di una controversia sui confini e sui diritti di pascolo tra le
università (comuni) di Ocre e di Fossa, che quindi non costituiscono più
un'unica baronia; a conferma di ciò vi è un documento del Catasto Onciario di re
Ladislao del 1409 in cui si citano separatamente da Ocre la stessa Fossa, Rocca
di Cambio e Rocca di Mezzo.
Nel 1423 Alfonso V d'Aragona dona la signoria
dell'Aquila a Braccio Fortebraccio di Montone che il 12 maggio inizia l'assedio
della città che lo aveva rifiutato. Dopo aver conquistato i castelli del
circondario su richiesta degli abitanti di Fossa, nonostante un tentativo di
difesa da parte degli aquilani, viene espugnato anche il castello di Ocre nel
quale vengono installate alcune bombarde (prime bocche da fuoco ad essere
costruite). Dopo la conquista di Rocca di Mezzo a fine maggio 1424 le truppe
del Fortebraccio assaltano per due volte l'Aquila che però resiste sotto il
comando di Antonuccio Camponeschi. Proprio in quei giorni a Rocca di Cambio
arrivano, al comando di Jacopo Caldora, le truppe di Giovanna II d'Angiò e di
papa Martino V, ed il 2 giugno nella conca aquilana si svolge lo scontro
decisivo che vede la morte dello stesso Fortebraccio. Dopo tre giorni
vengono liberati anche i castelli di Ocre e di Paganica.
Nel frattempo, nel
paese di San Martino d'Ocre, si rifugia Gaspare Bonanno, tesoriere del
Fortebraccio, ritenuto il capostipite della famiglia Bonanni, successivi baroni
del feudo di Ocre.
Nel 1430 il sindaco di Fossa Mico di Martino e quello di
Ocre Antonio di Silvestro d'Angelo di Massimo si accordano su alcuni confini e
su alcuni pascoli che sarebbero rimasti in comune tra le due università.
Il 3 novembre 1448 viene decisa la costruzione nel castello di Ocre, probabilmente
già riparato dai danni dovuti alle guerre braccesche, di una chiesa dedicata a
S. Silvestro.
Nel 1481 Ocre si sottomette alla giurisdizione di L'Aquila
rinunciando a tutti i privilegi che aveva avuto precedentemente, in cambio di
protezione da parte della città; a giurare fedeltà sono il sindaco Jacopo
Antonio de Casellis, i massari Mico Bucci di Marcello e Giovanni di Nardo e 45
altri uomini di Ocre. Altra controversia tra Ocre e Fossa si ha nel 1488;
essa si risolve con l'assegnazione delle chiese di S. Angelo e S. Spirito al
comune di Ocre e con la definizione dei terreni di pascolo nonché degli
acquedotti e dei rii. Altre controversie vi sono nel 1491 e nel 1496.
Nel 1503 Ocre ha delle vittime a causa della pestilenza.
Nel 1507 subisce, ad opera del Camerlengo e dei Cinque delle Arti, una sentenza
sfavorevole per l'ennesima controversia con Fossa sui confini e sui diritti di
pascolo.
Dal 1520 in poi tutto l'aquilano viene sconvolto dagli scontri tra
gli eserciti di Carlo V e Francesco I. I vari eserciti di passaggio
saccheggiano la città ed il contado; nel 1526 prima tocca alle truppe francesi
di Odetto de Foix, visconte di Lautrec, poi all'esercito spagnolo di Sciarra
Colonna. Tutte queste angherie portano nel 1528 il popolo aquilano alla
rivolta che però, già nel febbraio dell'anno successivo, viene soffocata da
Filiberto di Chalon, principe d'Orange, che accampa presso Fossa un esercito di
2.500 lanzichenecchi. Arresasi, la città deve sottostare al Tallione, ossia
all'obbligo di dover pagare 120.000 ducati; la città impoverita dai saccheggi
contro cui si era ribellata non è in grado di pagarli e così questi le vengono
prestati da vari ricchi mercanti tedeschi tra cui Francesco Incuria ed Angelo
Sauro che in nome del debito sfruttano le popolazioni aquilane negli anni
successivi. Ocre stessa nel 1530 deve pagare a Francesco Incuria 1.600
ducati. Oltre alle conseguenze economiche appena descritte a L'Aquila viene
tolta la giurisdizione dei castelli del contado che vengono infeudati, e quello
di Ocre viene concesso dal 1529 al 1554 per 250 scudi all'alfiere del Marchese
del Guasto, Domingo Lopez d'Azpeitia.
Nel 1534 il viceré di Napoli don Pedro
di Toledo conferma, per 20.000 ducati, la vendita del feudo concesso dal
principe d'Orange, al barone d'Ocre Lopez d'Azpeitia dandogliene il possesso dei
castelli, degli uomini, delle case, delle vigne, delle terre coltivate ed
incolte, dei boschi, dei pascoli, dei forni, dei macelli, della caccia, delle
acque, dei mulini, dei passaggi, dei pedaggi, delle fide, dell'imposizione di
gabelle e dell'amministrazione della giustizia nelle cause di prima e seconda
istanza. Nel 1541 il tribunale della Regia Camera stabilisce che gli atti
del principe d'Orange sono stati ingiusti e che la città di L'Aquila, pagando un
indennizzo ai possessori dei vari castelli, può rientrarne in possesso; nel 1545
il Governo centrale del Regno ordina un'inchiesta sui soprusi subiti dal contado
aquilano ad opera dei locali baroni. Nel documento come barone di Ocre
compaiono i nomi di Domenico Specie, sicuramente italianizzazione di Domingo
d'Azpeitia, e quello di uno dei suoi governatori, Gaspare Zilio; ad essi si
imputano rispettivamente 13 e 23 capi d'accusa. Da questo documento risulta
come la popolazione fosse costretta a pagare il governatore per l'uso dei
pascoli, dei boschi, dei forni, dei macelli, delle fontane, dei terreni
coltivati e incolti e dei rii d'acqua perché di proprietà di quest'ultimo;
rimane a carico della popolazione anche il mantenimento di tutti coloro che
lavorano per il barone, ossia il governatore, il capitano, gli ufficiali
baronali, etc. Tutti questi hanno bisogno di case, paglia, legna, aglio,
sale, formaggi, frutta, tartufi, lepri, etc.. A carico del governatore sono
riportate anche altre accuse riguardanti atti contro la popolazione; tutto il
documento riporta per ogni accusa l'entità della somma prevista come
risarcimento.
Nel 1554 poiché undici castelli del contado aquilano erano
tornati alla Regia Corte per linea finita, la città decide di acquistarli con i
relativi diritti di portolania (dazio a carico di chi occupava l'area comunale a
scopo commerciale), pesi e misure per un totale di 11.357 ducati;
l'amministrazione di questi castelli viene affidata al Capitano della città e
dal contratto di acquisto risulta che la loro rendita annua complessiva è di 725
ducati mentre in particolare quella del castello di Ocre risulta di 100 ducati.
Non potendo però la città pagare neanche i pesi fiscali, essa deve cedere i
castelli con patto di retrovendita al napoletano Diomede Carafa nel 1558 per
25.000 ducati aumentati nel 1560 a 30.000; dopo varie trattative tra la Corte,
il Carafa ed Elisabetta Pica, i feudi di Ocre, Onna e Barete passano a
quest'ultima nel 1563 e dal luglio 1565 al 25 agosto 1572 barone d'Ocre è
Giovanni Antonio Porcinari e, dopo questo, fino al 1578, Prospero, entrambi
figli di Elisabetta.
Fino ai primi del 1600 i castelli aquilani sono oggetto
di una serie di compravendite speculative tra le grandi famiglie feudali
aquilane che così si sostituiscono definitivamente ai baroni spagnoli dei
periodi precedenti. Alla baronia di Ocre si alternano in questo periodo i
Caracciolo, il del Pezzo ed i Citarella.
Dal 1600 al 1612 barone di Ocre è
Bartolomeo Fibbioni in quanto il feudo era stato acquistato dal padre per 10.000
ducati.
Nel 1619 il feudo di Ocre viene messo all'asta pubblica e
aggiudicato per 9500 ducati ad Alessandro Pica. Il 3 maggio 1626 un lungo
conflitto tra le famiglie Bonanni e Pica viene risolto da un arbitrato che vede
la vendita del feudo di Ocre ad Andrea Bonanni per 16.000 ducati. Ancora
oggi alcuni discendenti della famiglia Bonanni abitano in Ocre e ne hanno perso
il possesso solo con l'abolizione, nel 1806, di ogni forma di feudalità; nello
stesso anno la riforma amministrativa varata dal re Giuseppe Bonaparte include
Ocre nel circondario di Bagno nel distretto di L'Aquila.
Abbazia cistercense di Santo Spirito
Nelle Historiae Marsorum (1678) Muzio Febonio fornisce i documenti dell'origine di questo monastero cistercense, terzo in Abruzzo per ordine di fondazione, dopo Santa Maria di Casanova (1195-97) e Santa Maria di Arabona (1208): il Conte Berardo di Ocre avrebbe concesso con diploma del 1222 all'eremita Placido de Vena un terreno in località Pretola per costruire una chiesa e una cella monastica.
Già nel 1226 Placido avrebbe ricevuto il permesso dal vescovo amiternino Tomaso per costruire un vero e proprio monastero di cui sarebbe stato abate; ma solo nel 1248 Santo Spirito sarà accolto nella famiglia Cistercense come "filiazione" di Santa Maria di Casanova da cui proveniva l'abbate Ruggero che ne prese la direzione.
Nel 1632 Santo Spirito d'Ocre entrerà nella Provincia Romana della Congregazione di San Bernardo in Italia, con Gregorio XV, ma già nel 1652 la campagna di soppressioni attivata da Innocenzo X decreterà la fine del monastero il quale si ridurrà progressivamente allo stato di rudere.
L'impianto conventuale presenta l'aspetto compatto di un monastero-fortezza e si costruisce secondo l'austera tradizione borgognona; tuttavia nell'adattamento dello schema cistercense alle preesistenze realizzate dal Beato Placido si riscontrano alcune deroghe nell'edificio chiesastico, che manca di prospetto conservando l'ingresso esterno laterale, ed ha navata unica senza transetto né abside.
Del tutto conformi alla tipologia cistercense sono invece gli ambienti disposti sul braccio orientale, sul quale si attestano il vano delle scale di accesso ai dormitori, la sala capitolare, un ambiente successivo ipotizzabile come armarium (biblioteca).
La chiesa è ad aula.
Singolare risulta la copertura della navata, che presenta una particolare botte sestiacuta a "chiglia", dovuta al restauro del Moretti che ha inteso ripristinare l'ipotetica volta originaria, sostituendo le cinquecentesche incavallature lignee che riconnettevano i due rinfianchi interrotti a metà dell'intradosso.
La conferma che l'impianto chiesastico fosse già definito alla fine del XIII secolo secondo il perimetro attuale è fornita dall'affresco tardo-duecentesco posto in controfacciata: dentro una lunetta, oggi sparita ma che il Moretti ancora nel 1970 documentava fotograficamente, sta una Madonna col Bambino in trono tra i Santi Pietro e Paolo e due committenti; in relazione alla data precisa dell'anno 1280, fornita da un lascito testamentario di Jacopo di Simone da Ocre riportato dall'Antinori, questi personaggi possono essere interpretati come lo stesso Jacopo e la moglie, ma vi sono stati visti anche il Conte Berardo di Ocre e la madre Roalda, la quale avrebbe sollecitato la donazione del terreno al Beato Placido.
Lo spazio ad aula della chiesa è decorato in affresco da un fregio cinquecentesco continuo dal quale scendono vistose fasce verticali che ripetono in successione i colori giallo verde bianco rosso.
Lo spazio presbiterale è interamente occupato dagli affreschi non felicissimi di Paolo Mausonio (dell'ultimo scorcio del XVI secolo), che illustrano sulle pareti laterali episodi miracolosi della vita del Beato Placido, e sulla parete di fondo una coloratissima Immacolata Concezione.
Nella cappella-sagrestia di sinistra si sovrappongono gli strati dei cicli di affreschi duecentesco e trecentesco.
Video 3D con il castello parzialmente ricostruito a cura di AntrocomCampania. Scarica (2,5Mb - 30 secondi)
Video del castello dopo il terremoto del 2009. Scarica (18,7Mb - 190 secondi)
Video del castello a cura di Gianni di Muzio. Scarica (14,5Mb - 340 secondi)
Grotta del Beato Placido.
Un eremo sospeso sulla parete del Monte Circolo (Ocre/Fossa)
Sull'Altipiano delle Rocche, al di sotto del Castello di Ocre, nella parte superiore del Monte Circolo, v'è l'entrata alla grotta
del Beato Placido. Essa racchiude una storia
affascinante (egregiamente narrata da padre Gerolamo Costa).
L'apertura è di circa 5 metri per 5, mentre l'interno ha uno sviluppo planimetrico fra i 10 e i 15 metri. Il pavimento è in discreta pendenza
verso il fondo e appare completamente ricoperto da massi caduti dalla volta. Sulle pareti si evidenziano alcuni segni che
potrebbero testimoniare di uno scavo artificiale per la sistemazione della cavità e si notano inoltre alcune "lunette"
che avrebbero potuto fungere da poggia oggetti (ad esempio per candele o lampade).