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Ocre

Questo comune abruzzese, facente parte del parco regionale del Sirente Velino istituito dalla Regione Abruzzo nel 1989, sorge sulle pendici nord orientali del monte d'Ocre (m.2206) in provincia di L'Aquila da cui dista circa 13 km e si estende su 140 ettari.
E' formato dalle frazioni di San Panfilo (sede comunale m.850), San Felice, San Martino, Valle e Cavalletto.
Con le sue peculiarità naturali, i suddetti antichi centri abitati e i suoi preziosi monumenti, dà la possibilità al visitatore di percorrere un piacevole ed interessante itinerario culturale e naturalistico.

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Historiae Universitatis Ocrensi

Nel periodo 293-90 a.C. il territorio vestino cismontano, al quale appartiene quello di Ocre, è incorporato nello stato romano.
Tracce di un insediamento vestino nel territorio di Ocre sarebbero costituite da alcune iscrizioni site dov'è la chiesa di S. Maria d'Aprico, tra S. Felice e Valle, e da alcune costruzioni in opera poligonale, presenti vicino al monastero di S. Spirito.
E' però probabile che già in periodi precedenti vi sia stata un'altura fortificata, che il termine italico 'ocre' sta appunto ad indicare, costituita sul monte Circolo e corrispondente all'odierno Castello d'Ocre.

Dall'opera "Punica" dello storico Silio Italico e da recenti studi sull'economia dell'Abruzzo pre-romano e romano, possiamo dedurre che le genti di Ocre vivessero essenzialmente di pastorizia, integrata in minima parte dalla caccia e dall'agricoltura.

Nel 27 a.C. il territorio vestino fu incorporato nella IV Regione d'Italia.

Nella notte del 19 ottobre 250, durante il regno dell'imperatore Decio Bruto, dal versante a strapiombo del Monte Circolo che dà su Fossa (Aveia), fu precipitato il martire cristiano S. Massimo Levita.

Successivamente il territorio di Ocre viene incorporato in quello di Forcona a sua volta posto, dal 554, sotto l'autorità dell'Esarca di Ravenna che durerà fino all'avvento dei Longobardi (distruttori della città di Aveia verso la fine del VI secolo).
È questo un periodo di transizione in cui viene meno l'autorità imperiale (nel 410 Alarico devasta Roma), stenta ad affermarsi un nuovo ordine ed il vuoto di potere che ne consegue, porta alle scorribande barbare per tutta l'Italia Centrale.
È con i longobardi che inizia la formazione in Abruzzo di sette Gastaldati, che diventeranno Comitati o Contee, base delle successive divisioni feudali; il territorio di Ocre sito in quello di Forcona diviene, tra il VI e VII secolo, di proprietà del Ducato di Spoleto.
Nel 773 il papato, rafforzatosi con la diffusione del cristianesimo, si allea con i Franchi per contrastare la minaccia longobarda e favorisce le discese in Italia di Pipino il Breve e di suo figlio Carlomagno.
I nuovi invasori dimostrano di non essere migliori dei precedenti e nell'801 Pipino conquista Teate (Chieti) e massacra 32.000 abitanti su 40.000.
L'abitudine di Merovingi e Carolingi (Pipino fu il primo di questi) di assegnare in usufrutto ai loro guerrieri le terre conquistate, innesca il processo di frazionamento dei territori in feudi (parola tedesca che indica beneficio del possesso) che porterà a quell'assetto politico, economico e sociale che durerà fino al XIII secolo.

Nell'843 ha origine una delle prime famiglie feudali abruzzesi, quella dei Conti dei Marsi o d'Albe che riunirà sotto di se i Gastaldati, ora divenuti Comitati della Marsica, di Forcona, di Amiterno, di Rieti e di Valva.

Tra il 930 ed il 940 l'abate del monastero di Farfa, Ratfredo, dà in concessione vari terreni ed annessi situati nel territorio di Forcona che nel documento in questione è chiamato Ocre, usando per la prima volta questo nome e quello di S. Panfilo, individuando presso questi l'esistenza di un centro produttivo.
Si parla infatti di terre coltivate e di vino, nonché della presenza di mulini che presuppongono la presenza di una coltivazione del grano di una certa rilevanza.
Il documento testimonia inoltre come il cristianesimo, ormai forte e alleato con i Franchi, dà origine ai vari ordini monastici; vengono infatti fondati nel VII secolo l'abbazia di Farfa (Rieti), quella di Santo Stefano ad rivum maris (842), quella di S. Clemente a Casauria e molte altre.

Nel 1143 la Marsica, Forcona, Amiterno, Cicoli e Rieti sono annessi al Regno di Sicilia.
Negli anni seguenti il re Guglielmo II il Buono fa compilare un elenco dei baroni da cui Todino di Collimento risulta essere il primo feudatario di Ocre.

Nel 1178 da una Bolla del papa Alessandro III si deduce l'esistenza in Ocre di un castrum, castello o elemento fortificato.

Nel 1198 Federico II raccoglie le contee in una regione (poi Abruzzo) chiamata Justitiarus Aprutii con capitale Sulmona.

Da un'inchiesta sui feudatari del castello risulta che intorno al 1222 esso è posseduto da Berardo d'Ocre Conte d'Albe al quale succede il figlio Berarduccio ed un nipote, tale Tiballo Francesco.
Terminate le successioni dei Conti d'Albe, dopo un breve possesso di Boamondo Pissono, Giustiziere d'Abruzzo, il castello passa alla Regia Curia.

Nel 1226 viene edificato il monastero cistercense di S.Spirito d'Ocre che, con la presenza dei monaci, permise un'evoluzione dell'economia locale fino ad ora di tipo curtense: Curtis: entità economica autosufficiente, tendente a svolgere un ciclo economico chiuso, limitando i rapporti commerciali con l'esterno.
I monaci introducono il giogo pettorale e la rotazione agraria triennale, favoriscono inoltre il commercio rivolto però esclusivamente verso le realtà cistercensi vicine.
Le coltivazioni risultano essere principalmente del grano, orzo, miglio, alberi da frutta, viti ed ortaggi, ovviamente vengono ancora praticate la caccia e l'allevamento degli ovini.

Quando l'imperatore Federicò II conferisce, per i servizi prestati come cancelliere del regno, il castello di Ocre e la relativa baronia a Gualtieri d'Ocre, inizia il feudo di questo che, dopo l'interruzione del conte Tommaso di Celano, continua grazie a Corrado IV; occorre inoltre ricordare che da prima del 1250 della baronia di Ocre facevano parte anche Fossa e Rocca di Cambio.

Nel 1254 viene ordinata la distruzione di tutti i castelli del circondario per favorire la fondazione di L'Aquila; il Castello d'Ocre si salva grazie all'influenza del Gualtieri presso la corte di Corrado IV e soprattutto grazie alla sua posizione che gli permette un controllo visivo, sulla Valle del fiume Aterno, e strategico, per le comunicazioni con l'altopiano di Navelli e la valle del Tirino, nonché quelle con la Marsica, attraverso l'altopiano delle Rocche, e delle vie di accesso a L'Aquila; tutto ciò è organizzato in un sistema di avvistamenti triangolare.
Il castello conserva la sua importanza fino al XVI secolo quando ormai la sua originaria funzione difensiva dei piccoli centri locali sarà secondaria a quella di centro di comunicazione e di controllo strategico del territorio.
Il 21 maggio 1254 muore Corrado IV al quale succede Taranto Manfredi che affida il castello di Ocre al Conte Galvano Lancia.

Dal 1262 tutto il contado di Ocre fa parte della Terra Paganese, fino al 1266 quando nella battaglia di Benevento Carlo I d'Angiò sconfigge Manfredi e si impadronisce di tutti i suoi beni.
A seguito di alcune rivolte dei vassalli aquilani, sia sotto Manfredi che sotto Carlo I d'Angiò, la città dell'Aquila viene distrutta e ricostruita, così come vengono saccheggiati o distrutti vari castelli del contado.
Il castello di Ocre sembra non avere ripercussioni perché già nel marzo e aprile del 1267, un anno dopo il saccheggio del 1266, vi risiede la regina Beatrice ed in aprile Carlo I d'Angiò stesso; castellano probabilmente è in questo periodo Egidio di Roceleau.
A quest'ultimo fino quasi al 1283 succede Morel de Saours.
Questo è uno dei periodi di maggiore splendore e di importanza di tutta la baronia di Ocre indicata con il nome di Terra Ocrensi e comprendente Fossa e tutto l'Altopiano delle Rocche.
Dai registri angioini risulta che in esso risiedono il castellano, un cappellano e venti serventi e che è per importanza il terzo di tutto l'Abruzzo Ulteriore.

A seguito della battaglia di Tagliacozzo, dove Carlo I d'Angiò batté Corradino di Svevia e i baroni che gli si erano uniti, l'Abruzzo viene diviso in due province separate dal fiume Pescara: la citra e l'ultra.

Nel 1283, dopo quasi due anni di possesso da parte del milite Giovanni di Bissone, il castello di Ocre diventa demaniale.

Nel 1351 si ha la prima notizia di una controversia sui confini e sui diritti di pascolo tra le università (comuni) di Ocre e di Fossa, che quindi non costituiscono più un'unica baronia; a conferma di ciò vi è un documento del Catasto Onciario di re Ladislao del 1409 in cui si citano separatamente da Ocre la stessa Fossa, Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo.

Nel 1423 Alfonso V d'Aragona dona la signoria dell'Aquila a Braccio Fortebraccio di Montone che il 12 maggio inizia l'assedio della città che lo aveva rifiutato.
Dopo aver conquistato i castelli del circondario su richiesta degli abitanti di Fossa, nonostante un tentativo di difesa da parte degli aquilani, viene espugnato anche il castello di Ocre nel quale vengono installate alcune bombarde (prime bocche da fuoco ad essere costruite).
Dopo la conquista di Rocca di Mezzo a fine maggio 1424 le truppe del Fortebraccio assaltano per due volte l'Aquila che però resiste sotto il comando di Antonuccio Camponeschi.
Proprio in quei giorni a Rocca di Cambio arrivano, al comando di Jacopo Caldora, le truppe di Giovanna II d'Angiò e di papa Martino V, ed il 2 giugno nella conca aquilana si svolge lo scontro decisivo che vede la morte dello stesso Fortebraccio.
Dopo tre giorni vengono liberati anche i castelli di Ocre e di Paganica.

Nel frattempo, nel paese di San Martino d'Ocre, si rifugia Gaspare Bonanno, tesoriere del Fortebraccio, ritenuto il capostipite della famiglia Bonanni, successivi baroni del feudo di Ocre.

Nel 1430 il sindaco di Fossa Mico di Martino e quello di Ocre Antonio di Silvestro d'Angelo di Massimo si accordano su alcuni confini e su alcuni pascoli che sarebbero rimasti in comune tra le due università.

Il 3 novembre 1448 viene decisa la costruzione nel castello di Ocre, probabilmente già riparato dai danni dovuti alle guerre braccesche, di una chiesa dedicata a S. Silvestro.

Nel 1481 Ocre si sottomette alla giurisdizione di L'Aquila rinunciando a tutti i privilegi che aveva avuto precedentemente, in cambio di protezione da parte della città; a giurare fedeltà sono il sindaco Jacopo Antonio de Casellis, i massari Mico Bucci di Marcello e Giovanni di Nardo e 45 altri uomini di Ocre.
Altra controversia tra Ocre e Fossa si ha nel 1488; essa si risolve con l'assegnazione delle chiese di S. Angelo e S. Spirito al comune di Ocre e con la definizione dei terreni di pascolo nonché degli acquedotti e dei rii.
Altre controversie vi sono nel 1491 e nel 1496.

Nel 1503 Ocre ha delle vittime a causa della pestilenza.

Nel 1507 subisce, ad opera del Camerlengo e dei Cinque delle Arti, una sentenza sfavorevole per l'ennesima controversia con Fossa sui confini e sui diritti di pascolo.

Dal 1520 in poi tutto l'aquilano viene sconvolto dagli scontri tra gli eserciti di Carlo V e Francesco I.
I vari eserciti di passaggio saccheggiano la città ed il contado; nel 1526 prima tocca alle truppe francesi di Odetto de Foix, visconte di Lautrec, poi all'esercito spagnolo di Sciarra Colonna.
Tutte queste angherie portano nel 1528 il popolo aquilano alla rivolta che però, già nel febbraio dell'anno successivo, viene soffocata da Filiberto di Chalon, principe d'Orange, che accampa presso Fossa un esercito di 2.500 lanzichenecchi.
Arresasi, la città deve sottostare al Tallione, ossia all'obbligo di dover pagare 120.000 ducati; la città impoverita dai saccheggi contro cui si era ribellata non è in grado di pagarli e così questi le vengono prestati da vari ricchi mercanti tedeschi tra cui Francesco Incuria ed Angelo Sauro che in nome del debito sfruttano le popolazioni aquilane negli anni successivi.
Ocre stessa nel 1530 deve pagare a Francesco Incuria 1.600 ducati.
Oltre alle conseguenze economiche appena descritte a L'Aquila viene tolta la giurisdizione dei castelli del contado che vengono infeudati, e quello di Ocre viene concesso dal 1529 al 1554 per 250 scudi all'alfiere del Marchese del Guasto, Domingo Lopez d'Azpeitia.

Nel 1534 il viceré di Napoli don Pedro di Toledo conferma, per 20.000 ducati, la vendita del feudo concesso dal principe d'Orange, al barone d'Ocre Lopez d'Azpeitia dandogliene il possesso dei castelli, degli uomini, delle case, delle vigne, delle terre coltivate ed incolte, dei boschi, dei pascoli, dei forni, dei macelli, della caccia, delle acque, dei mulini, dei passaggi, dei pedaggi, delle fide, dell'imposizione di gabelle e dell'amministrazione della giustizia nelle cause di prima e seconda istanza.
Nel 1541 il tribunale della Regia Camera stabilisce che gli atti del principe d'Orange sono stati ingiusti e che la città di L'Aquila, pagando un indennizzo ai possessori dei vari castelli, può rientrarne in possesso; nel 1545 il Governo centrale del Regno ordina un'inchiesta sui soprusi subiti dal contado aquilano ad opera dei locali baroni.
Nel documento come barone di Ocre compaiono i nomi di Domenico Specie, sicuramente italianizzazione di Domingo d'Azpeitia, e quello di uno dei suoi governatori, Gaspare Zilio; ad essi si imputano rispettivamente 13 e 23 capi d'accusa.
Da questo documento risulta come la popolazione fosse costretta a pagare il governatore per l'uso dei pascoli, dei boschi, dei forni, dei macelli, delle fontane, dei terreni coltivati e incolti e dei rii d'acqua perché di proprietà di quest'ultimo; rimane a carico della popolazione anche il mantenimento di tutti coloro che lavorano per il barone, ossia il governatore, il capitano, gli ufficiali baronali, etc.
Tutti questi hanno bisogno di case, paglia, legna, aglio, sale, formaggi, frutta, tartufi, lepri, etc..
A carico del governatore sono riportate anche altre accuse riguardanti atti contro la popolazione; tutto il documento riporta per ogni accusa l'entità della somma prevista come risarcimento.

Nel 1554 poiché undici castelli del contado aquilano erano tornati alla Regia Corte per linea finita, la città decide di acquistarli con i relativi diritti di portolania (dazio a carico di chi occupava l'area comunale a scopo commerciale), pesi e misure per un totale di 11.357 ducati; l'amministrazione di questi castelli viene affidata al Capitano della città e dal contratto di acquisto risulta che la loro rendita annua complessiva è di 725 ducati mentre in particolare quella del castello di Ocre risulta di 100 ducati.
Non potendo però la città pagare neanche i pesi fiscali, essa deve cedere i castelli con patto di retrovendita al napoletano Diomede Carafa nel 1558 per 25.000 ducati aumentati nel 1560 a 30.000; dopo varie trattative tra la Corte, il Carafa ed Elisabetta Pica, i feudi di Ocre, Onna e Barete passano a quest'ultima nel 1563 e dal luglio 1565 al 25 agosto 1572 barone d'Ocre è Giovanni Antonio Porcinari e, dopo questo, fino al 1578, Prospero, entrambi figli di Elisabetta.

Fino ai primi del 1600 i castelli aquilani sono oggetto di una serie di compravendite speculative tra le grandi famiglie feudali aquilane che così si sostituiscono definitivamente ai baroni spagnoli dei periodi precedenti.
Alla baronia di Ocre si alternano in questo periodo i Caracciolo, il del Pezzo ed i Citarella.

Dal 1600 al 1612 barone di Ocre è Bartolomeo Fibbioni in quanto il feudo era stato acquistato dal padre per 10.000 ducati.

Nel 1619 il feudo di Ocre viene messo all'asta pubblica e aggiudicato per 9500 ducati ad Alessandro Pica.
Il 3 maggio 1626 un lungo conflitto tra le famiglie Bonanni e Pica viene risolto da un arbitrato che vede la vendita del feudo di Ocre ad Andrea Bonanni per 16.000 ducati.
Ancora oggi alcuni discendenti della famiglia Bonanni abitano in Ocre e ne hanno perso il possesso solo con l'abolizione, nel 1806, di ogni forma di feudalità; nello stesso anno la riforma amministrativa varata dal re Giuseppe Bonaparte include Ocre nel circondario di Bagno nel distretto di L'Aquila.



Abbazia cistercense di Santo Spirito

Nelle Historiae Marsorum (1678) Muzio Febonio fornisce i documenti dell'origine di questo monastero cistercense, terzo in Abruzzo per ordine di fondazione, dopo Santa Maria di Casanova (1195-97) e Santa Maria di Arabona (1208): il Conte Berardo di Ocre avrebbe concesso con diploma del 1222 all'eremita Placido de Vena un terreno in località Pretola per costruire una chiesa e una cella monastica.
Già nel 1226 Placido avrebbe ricevuto il permesso dal vescovo amiternino Tomaso per costruire un vero e proprio monastero di cui sarebbe stato abate; ma solo nel 1248 Santo Spirito sarà accolto nella famiglia Cistercense come "filiazione" di Santa Maria di Casanova da cui proveniva l'abbate Ruggero che ne prese la direzione.
Nel 1632 Santo Spirito d'Ocre entrerà nella Provincia Romana della Congregazione di San Bernardo in Italia, con Gregorio XV, ma già nel 1652 la campagna di soppressioni attivata da Innocenzo X decreterà la fine del monastero il quale si ridurrà progressivamente allo stato di rudere.
L'impianto conventuale presenta l'aspetto compatto di un monastero-fortezza e si costruisce secondo l'austera tradizione borgognona; tuttavia nell'adattamento dello schema cistercense alle preesistenze realizzate dal Beato Placido si riscontrano alcune deroghe nell'edificio chiesastico, che manca di prospetto conservando l'ingresso esterno laterale, ed ha navata unica senza transetto né abside.
Del tutto conformi alla tipologia cistercense sono invece gli ambienti disposti sul braccio orientale, sul quale si attestano il vano delle scale di accesso ai dormitori, la sala capitolare, un ambiente successivo ipotizzabile come armarium (biblioteca).
La chiesa è ad aula.
Singolare risulta la copertura della navata, che presenta una particolare botte sestiacuta a "chiglia", dovuta al restauro del Moretti che ha inteso ripristinare l'ipotetica volta originaria, sostituendo le cinquecentesche incavallature lignee che riconnettevano i due rinfianchi interrotti a metà dell'intradosso.
La conferma che l'impianto chiesastico fosse già definito alla fine del XIII secolo secondo il perimetro attuale è fornita dall'affresco tardo-duecentesco posto in controfacciata: dentro una lunetta, oggi sparita ma che il Moretti ancora nel 1970 documentava fotograficamente, sta una Madonna col Bambino in trono tra i Santi Pietro e Paolo e due committenti; in relazione alla data precisa dell'anno 1280, fornita da un lascito testamentario di Jacopo di Simone da Ocre riportato dall'Antinori, questi personaggi possono essere interpretati come lo stesso Jacopo e la moglie, ma vi sono stati visti anche il Conte Berardo di Ocre e la madre Roalda, la quale avrebbe sollecitato la donazione del terreno al Beato Placido.
Lo spazio ad aula della chiesa è decorato in affresco da un fregio cinquecentesco continuo dal quale scendono vistose fasce verticali che ripetono in successione i colori giallo verde bianco rosso.
Lo spazio presbiterale è interamente occupato dagli affreschi non felicissimi di Paolo Mausonio (dell'ultimo scorcio del XVI secolo), che illustrano sulle pareti laterali episodi miracolosi della vita del Beato Placido, e sulla parete di fondo una coloratissima Immacolata Concezione.
Nella cappella-sagrestia di sinistra si sovrappongono gli strati dei cicli di affreschi duecentesco e trecentesco.

Abbazia cistercense di Santo Spirito 1 Abbazia cistercense di Santo Spirito 2 Abbazia cistercense di Santo Spirito 3 Abbazia cistercense di Santo Spirito 4 Abbazia cistercense di Santo Spirito 5 Abbazia cistercense di Santo Spirito 6

Convento di Sant'Angelo d'Ocre

Situato ad un paio di km. dal comune di Fossa ad un'altezza di 757 metri, venne edificato nella prima metà del XIII secolo, presso la grotta del Beato, su una rupe affacciata sulla valle in un luogo estremamente suggestivo, ma solo ai primi del XV secolo si sarebbe annesso l'edificio conventuale.
Fondato dalla contessa Sibilla d'Ocre appartenne per primo alle monache Benedettine; il Costa ci informa della gestione difficoltosa del monastero da parte delle monache, dovuta ad esempio a numerosi furti, sicché il complesso - dopo un primo affidamento ad una badessa francescana la quale tuttavia non sarebbe riuscita a risollevarlo dal degrado - passò definitivamente a una comunità di Frati Minori dell'Osservanza, che lo acquistarono impegnandosi in cambio a partecipare alle spese per il completamento della cupola di San Bernardino all'Aquila e la realizzazione del Sepolcro per il Santo.
L'atto ufficiale, dato motu proprio da Sisto IV, è dell'8 dicembre 1480, e tra i nuovi frati che vennero ad abitare il convento c'era il Beato Bernardino da Fossa il quale descrive ampiamente nella sua cronaca i lavori realizzati dai frati.
Il convento sarà retto dagli Osservanti fino al 1593, passando successivamente ai Minori Riformati.
Caduto in abbandono all'inizio dell'Ottocento, ridotto poi a lazzaretto e soppresso nel 1860, ebbe una breve ripresa nei primi decenni del XX secolo, prima che l'occupazione tedesca vi facesse scempio bruciando gli arredi e soprattutto l'intera biblioteca dotata di circa 1500 volumi.
La chiesa è a navata unica voltata a botte, scandita nella giustapposizione di due campate quadrate ed è dotata di coro anch'esso quadrato; del 1652 è l'altare maggiore (a timpano spezzato, nel centro del quale si erge un Crocifisso tra due angeli adoranti) realizzato da Paolo Coccetta e Bernardino di Giuseppe Marrone entrambi di Poggio, mentre i primi due altari laterali sono seicenteschi: quello di destra, dedicato a Sant'Antonio di Padova, è a timpano spezzato e vi si legge sull'architrave: altare hoc R.D. Dominici Cacchioni ac Iosephi Canalis Devotione erectum A.D. mdclxxvii; quello di sinistra, dedicato a Sant'Anna, ha sotto la mensa la spoglia del Beato Timoteo da Monticchio, morto nel 1504.
Nel 1729 fu ritoccata la cappella di San Michele sul lato sinistro, la quale tuttavia esisteva fin dai primi del Cinquecento allorché vi furono tumulate le spoglie del Beato Timoteo da Monticchio (1504, poi spostate sotto l'altare di Sant'Anna) e del Beato Ambrogio da Pizzoli (1508).
Nel 1761 era stata rifatta la facciata della chiesa, e nel 1791 vi fu aggiunto il portico anteriore, conservando tuttavia l'originale portale quattrocentesco.
Allo stesso anno risalgono i rifacimenti interni, come si ricava dalla targa sul soffitto: Templum Istud Restauratum Fuit Anno Domini 1791.
Il corredo artistico della chiesa è attualmente alquanto modesto: la cappella di sinistra appartiene ai Bonanni ed ha in altare una riproduzione su Maiolica dell'originale San Michele Arcangelo su tela (oggi all'Aquila, nel complesso di San Bernardino) a detta del Di Marco copia da Guido Reni, cui vanno aggiunte le seicentesche tele dell'Immacolata Concezione tra i Santi Domenico, Giuseppe, Francesco ed Antonio Abate e un committente, e di Sant'Antonio di Padova; il dipinto con Sant'Anna la Madonna e il Bambino nell'omonimo altare è firmato e datato Pietro Bugni P. Aquila 1758.
Ai lati dell'altare due portelle, sovrastate dalle statue di Santa Lucia e Sant'Agata, immettono nel coro dove è notevole una seicentesca tavola in legno con sei nicchie separate da archetti e nelle quattro centrali le statuine dei Santi Pietro, Paolo, Michele Arcangelo, Francesco d'Assisi.
Sulle pareti laterali del coro due grandi tele settecentesche con una Natività e un'Adorazione dei Magi, sul fondo due ovali con episodi della vita di Tobia, mentre sulla volta un Re David che suona l'arpa datato 1790.
Nella sagrestia attigua al coro si conserva una piccola urna con le ossa del Beato Bernardino da Fossa (1420-1503), portate al convento nel 1516.
Ma il patrimonio pittorico quattro-cinquecentesco più interessante del convento è stato trasferito nel Museo Nazionale dell'Aquila, dove va segnalato innanzitutto il notevole ed intatto polittico del quattrocentesco Maestro dei polittici crivelleschi, e diverse opere su tavola di Francesco da Montereale (una Resurrezione e un'Apparizione di Cristo pellegrino al Beato Bernardino da Fossa).
Nelle 23 lunette del portico si sviluppa la narrazione agiografica di Sant'Antonio di Padova, tempere seicentesche dovute tradizionalmente a certo Borani: si ha infatti un documento del 1660 riportato dal Costa in cui "conceditur licentia pittori Borani et universitati Ocrae pingendi claustrum S. Angeli, dummodo iurgium inter fratres non insurgat".
Sopra ogni lunetta figura lo stemma delle famiglia ocrese che la fece dipingere, e alle lunette si alternano dei medaglioni con le bonannidocre_img dei Beati dell'Ordine Francescano.
Nel refettorio campeggia sulla parete di fondo il pregevolissimo affresco con l'Ultima Cena, opera del primo Cinquecento aquilano.
Sulla trave lignea dipinta che l'attraversa il motto Silentium oris et pedu(m) ammonisce frati a non far rumore con la bocca e con i piedi.



Convento di S.Angelo d'Ocre 1 Convento di S.Angelo d'Ocre 2 Convento di S.Angelo d'Ocre 3

Castello di Ocre

Più correttamente definito borgo fortificato (cerchia-urbana o borgo murato, secondo altre accezioni), questa costruzione, che i Bonanni tennero con potere di signoria fino al 1806, epoca in cui per le nuove Costituzioni d'Europa fu estinto in Italia il feudalesimo, è situata ad un'altezza di 933 metri e presenta un panorama straordinario che mostra il monte d'Ocre, il Gran Sasso, il Terminillo e la Maiella ed al tempo stesso domina Fossa da un lato e San Panfilo d'Ocre dall'altro; posto al centro della valle dell'Aterno assunse nel Medioevo una posizione strategica determinante poichè poteva controllare gran parte della conca aquilana ebbe quindi un ruolo decisivo nella generale strategia difensiva della città dell'Aquila.
Vuole la tradizione che dalla cresta su cui si affaccia ora il castello venisse scaraventato nel 210 San Massimo levita di Aveia, perseguitato da Decio, poi divenuto patrono dell'Aquila.

La data di fondazione risale al XII secolo, la prima data certa dell'esistenza di un castello nel feudo di Ocre è infatti quella del 1178, relativa ad una Bolla di papa Alessandro III in cui il fortilizio è citato tra i possedimenti del vescovo di Forcona Pagano.
Ribadito nel 1204 il possesso da parte della diocesi forconese, il complesso è ricordato nel 1254 col nome di "Cassari Castro" allorché fu preservato dalla distruzione stabilita per tutti i castelli che avevano contribuito alla fondazione della città dell'Aquila.
Con l'avvento di Carlo I d'Angiò il castello passerà nel 1266 di possesso della Regia Corte; nel frattempo il re francese aveva concesso la riedificazione dell'Aquila distrutta precedentemente da Manfredi alleato coi baroni dei castelli del circondario: per reazione alla distruzione della città, nel 1266 gli aquilani si erano vendicati dei baroni attaccandone i castelli, tra cui Ocre che fu saccheggiato ma non dovette essere distrutto.
In conseguenza poi dell'appoggio dato a Corradino di Svevia da parte di alcuni baroni, l'angioino ne aveva confiscato i castelli, i quali saranno affidati ad uno scudiero francese ("scutifer") particolarmente fedele al re; per Ocre fu nominato nel 1269 Morel de Saours, ricordato spesso anche come Morello o Mauriello de Saurgio.
Nel 1283 il castello, divenuto "demaniale" ossia di possesso diretto della Regia Corte, sarà assegnato al "miles" Giovanni di Bissone.
Un altro saccheggio sempre ad opera degli aquilani fu subìto nel 1293 e alla ricostruzione fu incaricato un "Magister" Silvestro; ma l'attacco più grave sarà sferrato oltre un secolo più tardi - nel 1423 - dal capitano di ventura Braccio Fortebraccio da Montone.
Il castello, perso definitivamente il ruolo strategico nella gestione difensiva della città dell'Aquila, andrà progressivamente decadendo, e già all'inizio del XVI secolo Ocre non sarà più menzionato come "castrum" ma come "villa", circostanza significativa del fatto che la popolazione residente dentro il borgo fortificato andava sempre più scemando, fino al definitivo abbandono.

Possiede una cortina muraria per l'intero perimetro dalla forma vagamente simile al triangolo isoscele interrotta da ben 7 torri dislocate in base ai rilievi del terreno; ne troviamo tre disposte parallelamente lungo il lato nord-ovest che costituisce la base del triangolo, di cui due ravvicinate sul vertice settentrionale ed una posizionata sull'angolo opposto.
Altre tre torri, di cui una sola a sezione semicircolare, sorgono in corrispondenza della mezzeria del perimetro, e agiscono da rompitratta della cortina muraria, mentre una isolata è collocata in corrispondenza del vertice meridionale, là dove le mura si restringono ad imbuto.
Questa apparente casualità della disposizione delle torri, era in realtà determinata, come detto in precedenza, dall'andamento orografico del terreno, e la stessa ubicazione a ridosso del ciglio della dolina del Monte Circolo favoriva il controllo dei territori a valle, configurando - rispetto al fattore ubicativo - un "insediamento di dolina".
L'ampio impianto difensivo ha due lati pressochè lineari di cui il maggiore misura circa 180 metri.
La cortina di Nord-Est si affaccia su uno strapiombo.
All'interno della cinta difensiva s'è sviluppato l'agglomerato di case le quali, ormai dirute, sono a schiera ed allineate lungo le strade, esse costituivano un vero e proprio nucleo urbano che comprendeva anche la chiesa la quale, con pianta a croce greca, di cui sono ancora leggibili le tre navate e l'abside posto all'angolo Sud-Est, presenta i caratteri tipici dell'architettura aquilana del trecento.
Si tratta della chiesa di San Salvatore "inter castrum Ocre", così come è documentata nelle Decime pagate nel 1449, e di cui si ha notizia fino al 1581 allorché risulta completamente diruta.
Essa doveva tuttavia preesistere per la presenza di un importante resto di affresco (Madonna d'Ambro), oggi al Museo Nazionale dell'Aquila, databile a cavallo fra la prima e la seconda metà dell'XII secolo; raffigura una Madonna in trono col Bambino tra due figure, dove quella di sinistra è identificabile come un Santo vescovo, quella di destra probabilmente come un angelo.
Sebbene il borgo sia da tempo abbandonato è comunque parzialmente integro.
La più importante nonchè inconsueta caratteristica difensiva che rendeva l'accesso al borgo facilmente controllabile e ben difendibile, sta nell'ubicazione della porta d'ingresso ad arco acuto, situata perpendicolarmente alle mura al termine di uno sterrato fiancheggiante le cortine e controllata dalla torre posta all'angolo occidentale.

Come arrivare

Autostrada Roma - L'Aquila : uscita L'Aquila Est.
Prendere la S.S. n°17 in direzione Pescara - Popoli.
Alla biforcazione girare a dx in direzione S.Demetrio - Fontecchio - Molina (S.S. n° 261).
Dopo circa 2.5 Km girare a dx per Fossa.
Passaggio a livello dopo 1 Km.; a 2.8 Km. bivio a dx per Fossa ; a 3.3 Km. a sx sempre per Fossa (salita).
Attraversare il paese e a 5.1 Km. svoltare a dx per il Convento S. Angelo.
Superato il convento a 8.8 Km. girare a sx per Castello d'Ocre (9.5 Km. dal bivio sulla S.S.261).
Quota 951m.

Video 3D con il castello parzialmente ricostruito a cura di AntrocomCampania. Scarica (2,5Mb - 30 secondi)


Video del castello dopo il terremoto del 2009. Scarica (18,7Mb - 190 secondi)


Video del castello a cura di Gianni di Muzio. Scarica (14,5Mb - 340 secondi)

Grotta del Beato Placido. Un eremo sospeso sulla parete del Monte Circolo (Ocre/Fossa)

Sull'Altipiano delle Rocche, al di sotto del Castello di Ocre, nella parte superiore del Monte Circolo, v'è l'entrata alla grotta del Beato Placido. Essa racchiude una storia affascinante (egregiamente narrata da padre Gerolamo Costa).
L'apertura è di circa 5 metri per 5, mentre l'interno ha uno sviluppo planimetrico fra i 10 e i 15 metri. Il pavimento è in discreta pendenza verso il fondo e appare completamente ricoperto da massi caduti dalla volta. Sulle pareti si evidenziano alcuni segni che potrebbero testimoniare di uno scavo artificiale per la sistemazione della cavità e si notano inoltre alcune "lunette" che avrebbero potuto fungere da poggia oggetti (ad esempio per candele o lampade).


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