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Articoli dalla stampa
Due cittadini di Tocco Casauria
alla corte di Ferdinando il burlone

Questo articolo dell'8 giugno 1951 a firma VIATOR, pubblicato sul giornale "Il Pa???" Anno IV - Numero 157, nella parte dedicata all'Abruzzo e Molise, racconta di Cesidio Bonanni d'Ocre, riprendendo ciò che scrisse Raffaele De Cesare ne "La fine di un regno" .

Ferdinando II, re di Napoli, fu una delle più singolari figure di uomo e di principe assoluto, bizzarra contraddizione di buono e di pessimo, nel quale bisogna nettamente distinguere l'uomo privato dal re.
Ottimo marito, affettuoso padre, religiosissimo, faceto e burlone, implacabile verso i prigionieri politici, restio a privarsi a favore del popolo della più piccola tra le prerogative sovrane.
Della sua inclinazione verso gli scherzi, quasi sempre indegni di persona mediocremente educata, ma pare di moda nell'alta società di allora, e della sua durezza nella repressione delle idee liberali, fanno fede alcuni episodi poco conosciuti, che tratteggiano bene la duplice indole del re, e che riguardano antenati di due storiche famiglie di Tocco Casauria.
La prima era Don Raffaele Caracciolo di Castelluccio e la seconda il Barone Cesidio Bonanni d'Ocre.
Non sempre il re trovò nelle persone che lo circondavano pieghevolezze e accondiscendenze.
Narra il De Cesare che il Barone Cesidio Bonanni d'Ocre, dotto giureconsulto e consultore di Stato: "Essendo Ministro di Grazia e Giustizia nel primo Gabinetto Costituzionale del 1848, tenne aperto il libro dei Vangeli sul quale Ferdinando II posò la mano, giurando fede alla Costituzione.
Quando si cominciò a parlare di abolizione della Costituzione, che era stata redatta principalmente dal Bonanni e a casa sua, il consultore Bonanni al giovane relatore Colucci, che gli manifestava i suoi timori, rispondeva: "Hanno da tagliare queste mani prima di abolire la Costituzione", ricordando il fatto di aver lui tenuto il libro dei Vangeli in quel memorabile giorno.
Ebbe ragione; la Costituzione non venne mai abolita e le sue mani non furono tagliate; la Costituzione rimase abolita di fatto".

E' lo stesso Bonanni, del quale parla con stima e grato animo Luigi Settembrini nelle "Ricordanze della mia vita":
"Egli faceva parte della Commissione per i rei di Stato, alla quale fu deferito il Settembrini assieme ad altri, e fu il relatore della causa;
venne l'accusa del Procuratore Generale, il quale con un sorriso piacevole e con le più gentili parole del mondo dimandò per gl'imputati 19 anni di ferri.
Il Ministro di Polizia Delcarretto teneva certa la condanna, perchè nei processi politici metteva mano egli stesso.
Come seppe dell'assoluzione, entrò in grande furore; il re ordinò si portasse a lui il processo; la Commissione per i reati di Stato fu sciolta.
Il Bonanni, chiamato dal re, e rimproverato, rispose dignitosamente aver giudicato secondo coscienza".
Sembrano tempi tanto da noi lontani; ma a ben guardare, il dispotismo, anche se mascherato sotto altre forme, tenta ogni tanto di riaffiorare e gli uomini si conservano sempre gli stessi, di carattere adamantino gli uni, di carattere pieghevole e accomodante gli altri; son solo tramontati per sempre le burle e gli scherzi, almeno quelli del genere prediletto del re Ferdinando.

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