Contribuisci alla crescita del sito. Mandaci i tuoi scritti!! Clicca qui!
Google
 
Segnala il sito ad un amico
Il tuo nome La tua email
Il nome del tuo amico L'email del tuo amico
 
Home - Mappa

Cesidio Bonanni d'Ocre

( L'Aquila 15.08.1793 / 28.03.1877 L'Aquila. Sepolto nel Duomo di S.Massimo a L'Aquila)

Appartenente al corpo nobile aquilano ed insignito del titolo patriziale con la bolla pontificia del XVI secolo, ottenne, con R.D. 11 novembre 1858 del Re Ferdinando II, il titolo trasmissibile di Barone di Ocre.

Infanzia

L'Aquila, metropoli del secondo Abruzzo Ulteriore, chiara tra le cento città d'Italia per antica origine e fama di uomini grandi in sapienza civile e gloria d'armi, dava i natali a Cesidio quintogenito dopo quattro fratelli.
Gli avi di Cesidio, a nobiltà di lignaggio e favor di fortuna, aggiunsero splendore e fama per virtù domestiche e sociali.
E fu vanto di casa loro il largheggiare in soccorsi verso l'indigenza, sdegnando tener l'impero a soddisfare le basse voglie del comando.
Gli esempi dei padri valsero a tener desto nel cuore dei figli l'amore santo del retto e del giusto e non c'è da meravigliarsi se Cesidio fin dalla nascita diede prova di quel che sarebbe stato in futuro.
Privato di sua madre, rapita dalla morte all'amore dei figli e del consorte, circa 40 giorni dopo averlo data alla luce, non vide allietata la sua culla dalle soavi carezze materne, non potè dire mai nel trasporto del primo ed innocente affetto il caro nome di madre, non fissò mai le pupille ancora incerte sul volto di quell'angelo visibile che Dio mandava all'uomo sulla terra a sollievo dei dolori, a conforto nelle speranze.
Ciononostante egli venne allevato dalle incessanti ed amorevoli cure del padre Giovanni, il quale, colto da malferma salute, trovò ben presto chi dividesse con se il pensiero dell'educazione del figlio nello zio Ippolito e nel fratello Bernardino, ambedue canonici nell'insigne Capitolo Aquilano; e questi, l'uno dopo l'altro, ereditando per il giovane nipote affetto di padre, si adoperarono per piantare in quel tenero animo il germe di virtù che, quando trabocca in uno spirito, dà copiosi frutti durante la vita.
Quel germe attecchì nel piccolo Cesidio e, fecondato da calda parola e da esempi incessanti, spuntò di buon ora, crebbe nascosto in seno alla famiglia per poi propagarsi nei consorzi civili.

Gioventù

Quel dotto e pio uomo che fu Monsignor Francesco Saverio Gualtieri, già prefetto della R. Biblioteca, accademico Ercolanese, allora Vescovo di Aquila, poi di Caserta, ebbe per il piccolo Cesidio tanto affetto che lo volle con se quale alunno esterno delle scuole del suo seminario fiorente allora per durezza d'insegnamento e norma di disciplina; e aveva a cuore chiedere ogni sabato il profitto che avesse negli studi il suo giovane alunno ottenendo sempre belle risposte.
L'egregio Prelato era affascinato dalla modestia di quel volto, dalla bellezza e grazia di quella parola, dall'altezza di quel sentimento che in Cesidio appena quindicenne traspariva.
Il giovane Cesidio rispondeva con animo arrendevole e riconoscente a quell'affetto e quel sentimento si radicò nel suo cuore così tanto da meritare la stima e l'amore di tutti coloro i quali appena lo conobbero lo amarono.
A quei tempi aveva nome di dotto e savio personaggio nel Capitolo Aquilano il Canonico Berrettini il quale, conosciuto Cesidio e ravvisatone l'indole docile e pieghevole, gli disse nato per grandi cose e tanto gli volle bene che, non pago di dimostrarglielo in cento modi, lo volle cresimare ed averlo così il più possibile vicino.
A scuola di tali uomini non poteva il giovane non correre alacremente il buon sentiero che conduce a virtù e non sperimentare i soavi influssi di Religione che prima di ogni altra scienza è fonte verace di sapere, norma sicura del buon vivere.
E non smentì mai i lieti presagi che quei grandi uomini fecero sul suo futuro e col crescere crebbe in lui brama ardentissima di perfezionarsi.
Egli ben sapeva che la nobiltà di stirpe non segni un merito, ma una fortuna e che spesso, lungi dal produrre una feconda attività nel rendersi migliori, è purtroppo causa di vivere molle ed ozioso e sorgente di vanità e d'orgoglio.
Ma si sapeva essere quella nobiltà vera e duratura virtù, resa più bella e illuminata da quella scienza che ordina tutte le conoscenze umane a Dio che è luce intellettuale piena d'amore.
E Cesidio fin da giovane s'interessò a quel sapere, schivando le comuni usanze della sua età.
Terminato il corso di lettere, studiò leggi e giurisprudenza per apprendere quei sacri principi di giustizia sui quali si reggono le nazioni e s'avviano alla civiltà, non tralasciando le discipline filosofiche alle cui ragioni si fondano tutte le scienze comprese le giuridiche; ed è inutile dire quale profitto ne trasse dai suoi savi istitutori, ne è prova la fama che gli venne nelle alte classi della cittadinanza aquilana e dagli onori che ebbe in patria e fuori.
Volgevano allora tempi tristi.
I principi sovvertitori d'ogni ordine sociale e religioso proclamati oltralpe tra il sangue delle fazioni e l'anarchia di tutte le leggi sullo scorcio del XVIII secolo ebbero eco profonda in Italia.
Ma la Rivoluzione Francese non era che il momento culminante di una più vasta rivoluzione europea alle cui origini stavano le aspirazioni della borghesia ad accedere al potere politico, fino ad allora esclusivo monopolio della nobiltà terriera.
A tal proposito Marx sostenne che una delle cause di fondo della rivoluzione doveva individuarsi nella generale crisi delle strutture politiche ed economiche della società europea della fine del XVIII secolo, crisi in parte dovuta all'indebolimento del regime feudale in seguito all'accesso di una porzione sempre crescente della borghesia e della classe contadina alla proprietà terriera, ma soprattutto alle trasformazioni indotte dalla Rivoluzione industriale e alla conseguente ascesa economica e politica del ceto borghese.
Nella penisola italiana le antiche dinastie furono travolte ed altre se ne impiantarono sostenute dal nome e dalle armi di fortunato conquistatore.
Con la campagna d'Italia del 1796-1797 il generale Bonaparte conquistò infatti l'Italia settentrionale e centrale. Nel gennaio 1799 i francesi occuparono il Regno di Napoli obbligando il Re Ferdinando di Borbone ( Re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III, Re di Napoli dal 1759 al 1799, dal 1799 al 1806 e dal 1815 al 1816 con il nome di Ferdinando IV e Re delle Due Sicilie dal 1816 al 1825 con il nome di Ferdinando I ) a ritirarsi in Sicilia, ma in seguito all'offensiva austro-russa in Italia settentrionale, nel giugno dello stesso anno i francesi furono costretti a lasciarlo consentendo il ritorno di Ferdinando IV.
Napoleone intraprese una seconda campagna d'Italia e il 14.6.1800 riportò sotto il dominio francese tutta l'Italia settentrionale.
Nel febbraio del 1806 venne occupato il Regno di Napoli che fu assegnato a Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, fino al suo passaggio al trono di Spagna, e dopo, nel luglio del 1808 a Gioacchino Murat il cui esercito , sconfitto il 3.5.1815 sui campi di Tolentino ( a 50 Km. a sud-ovest di Ancona ) cedeva al vincitore austriaco che, mentre da una parte ne fugava i superstiti, dall'altra, varcati i confini, penetrava negli Abruzzi.
Aquila ne era minacciata. Nel sovrastante pericolo che si temeva per atroci conflitti da parte dei soldati stranieri, il Comune decise di spedire incontro alle schiere vittoriose chi li assicurasse dell'ospitalità di quel popolo.
L'ardua impresa fu affidata a due cittadini, uno dei quali era Cesidio, allora ventiduenne e lui, senza dubbi o timori di sorta, sprezzando i pericoli che gli si frapponevano ad ogni passo, andò ad incontrare il vincitore per la sicurezza della patria.
Cesidio ebbe il plauso dei suoi concittadini e del Re di Napoli Ferdinando IV di Borbone, che assunse poi il titolo di Ferdinando I Re delle due Sicilie, quando, per la convenzione di Casalanza firmata il 20.5.1815, quest'ultimo, acclamato dai sudditi, entrava negli ereditati Stati; e perchè s'avesse memoria del sovrano gradimento, con Diploma del 8.1.1816 Re Ferdinando I gli conferiva la Croce del Sovrano Militare Ordine Costantiniano.
Il plauso dei concittadini e gli onori del principe non produssero nell'animo del giovane Bonanni altro che il ridestargli dentro più viva la brama di giovare alla patria; ed i suoi cari studi, non disturbati mai da svaghi voluttuosi o lusinghe di fasto, gli porsero bella occasione di compiere quel suo proponimento.
Inteso ad arricchire la mente dei lumi del sapere nelle usanze con i dotti e valenti uomini, si recò a Napoli dove a quei tempi erano in fiore sommi giureconsulti.
Egli frequentò lo studio del Vecchione, personaggio di fama non volgare. Questi ravvisò in lui ingegno acre e volere costante, anima sensibile alle bellezze di virtù, intenta solo alle caste delizie della scienza, docile alla voce del dovere; e con savio accorgimento gli venne caldeggiata l'idea, che già da tempo formava tutto il pensiero di Cesidio, di dedicarsi all'insegnamento, a cui pareva predisposto di natura.
Il giovane accolse il consiglio del suo maestro e presto gli si schiuse dinanzi vasto campo per esercitarsi.
L'Aquila annoverava tra le tante benefiche istituzioni fondate dalla generosità dei principi, un Real liceo a disposizione della gioventù studiosa.
La fama di coloro i quali vi tennero cattedra, non per usurpata rinomanza o sapere volgere, nè per arbitrio di fazioni o corone di sognati martiri, ne accrebbero lo splendore tanto che anche da lontano vi andavano per imparare il sapere da fonti sicure.
E dal liceo dell'Aquila, come dal tempio della scienza, vennero fuori tanti illustri uomini che poi onoravano la magistratura ed il foro napoletano e sederono maestri nelle cattedre. Cesidio vi meritò la cattedra di Giure Penale.
Quella nomina fu salutata con gioia dall'intera cittadinanza giacchè tutti sapevano di quanti lumi fosse ornata la sua mente, di quanto amore fosse pieno l'animo verso la gioventù e verso il decoro della scienza e quanto piacevole tornasse la sua parola.
Egli rispose fedelmente alle aspettative, anzi le superò grandemente e, pur comprendendo il difficile cammino che l'aspettava, dissimulò il grave carico che gli si imponeva e con l'animo colmo d'amore per la gioventù, per la scienza e per la patria, fidando in Dio, trovò la forza nella vastità del suo sapere e nella fermezza dei suoi propositi.
Avendo a lungo e profondamente meditato sulle ragioni giuridiche, aveva potuto scorgere come il metodo di quell'insegnamento sia fondato su principi certi del diritto universale e sulla ragione primitiva delle leggi.
Giacchè ogni parte del diritto, sia negli ordinamenti civili che penali, è come rigagnolo da una sola fonte, la giustizia, la quale, siccome comanda di dare a ciascuno ciò che gli spetta, vuole che la pena segua la colpa.
Il determinare dunque con la certezza ed evidenza del vero le supreme ragioni onde emana giustizia per quanto torni utile nel metodo scientifico delle leggi, tanto è necessario per condurlo a buon fine.
Con tale intendimento Cesidio svolse di cattedra la scienza del giure.
Non fu questo il solo pregio della sua scuola: egli vi accoppiò lucidezza di ragioni, copia di dottrina, spontaneità di dettato, eleganza di locuzione e soprattutto una modestia nei giudizi ed un'amorevolezza per i suoi giovani alunni da produrre anche nei più schivi interesse a quelle severe discipline.
Egli cercava di soddisfare ogni loro richiesta e, perchè si tenessero sempre desti nella difficile palestra, frapponeva al suo dire ingegnose familiarità, appagando così gli animi difficili e gli spiriti tardi, le menti sottili ed i cuori svogliati.
La sua scuola fu numerosa più d'ogni altra.
Se egli abbia raggiunto il suo fine lo dice la lunga serie di valorosi che dal suo labbro appresero con amore a studiare le questioni giuridiche che poi diffusero in altri attraverso l'insegnamento o applicarono nelle arringhe forensi e nei giudizi di maestrati.
Tant'è che non pochi sedettero nei supremi consigli giuridici od amministrativi.
Il plauso che Cesidio raccolse negli anni d'insegnamento gli crebbe la stima dei dotti ed il favore dei grandi che già in patria e fuori si era acquistata.
Re Ferdinando I, mecenate dai buoni studi e generoso nel premiare il merito ovunque vi fosse, non indugiò mostrare al Bonanni quale fosse il suo animo per lui e, prima ancora che si recasse in patria ad iniziare l'insegnamento, volle provargli la sua sovrana benevolenza, così con Decreto del 21.7.1817 lo nominò Giudice del Tribunale Civile di Aquila sebbene Cesidio, non ancora ventiquatrenne, non avesse raggiunto gli anni prescritti dalle vigenti leggi.
Cesidio accolse con animo grato e volenteroso l'onore che gli veniva dal Re.
Nè i molti e svariati impegni di magistrato lo ritrassero dai suoi studi quotidiani, nè lo splendore della nuova dignità turbò la modestia che gli era naturale, anzi egli trovò piacere nelle lettere di cui fu così invaghito nei primi anni della gioventù.
E nelle riunioni dell'Accademia Aternina dei Velati di Aquila il suo nome fu sempre letto con festa accanto a quello del Micheletti, del Santoleri, del Dragonetti, del Ceva Grimaldi, degli Alfieri Ossorio, delle Gaetani, dei Danieli, dei de Torres, dei Liberatore, dei Ricci e di Bonanno de Santis.

Maturità

Nè per il passar del tempo o per il cambiar d'abitudini gli diminuì nel cuore l'amore per i suoi cari studi di lettere e fu sempre abituato ad avere tra le mani le opere più classiche di letteratura moderna e antica.
Ciò gli portò più tardi l'onore d'esser annoverato tra i soci onorari dell'Accademia Pontaniana ( libero sodalizio di umanisti napoletani che cominciarono a riunirsi nella seconda metà del XV secolo sotto la protezione di Alfonso I Re di Napoli dal 1442 al 1458 per discutere di questioni filologiche e storiche, di filosofia e scienze naturali ed anche di argomenti più comuni e mondani: l'Accademia è tuttora attiva ) di quella Reale delle Scienze e della Società Economica della Provincia del II Abruzzo Ulteriore con Decreti Reali del 28.4.1838, 11.1.1838 e 30.4.1839.
A ventotto anni sposò Maria Panacci di San Felice d'Ocre giovane graziosa e di virtù assai lodevoli, alle quali doti di corpo e di animo accoppiava ricchezze di patrimonio.
Cesidio e Maria ebbero tre figli, Giovanni, Michele e Luisa che educarono con la forza della parola e dell'esempio.
I figli ne mostrarono per tempo quanto possente sia stata quella forza e quanti frutti quei buoni genitori cogliessero da loro.
L'amore di Cesidio per i figli non tolse nulla al suo lavoro, anzi meritò in poco meno di 5 anni doppia promozione: con Decreto Reale del 3.11.1823 su proposta del Ministro di Grazia e Giustizia marchese Donato Tommasi fu nominato Giudice di Gran Corte Criminale di Aquila e con Decreto del 11.10.1826 di Re Francesco I di Borbone ( Re delle Due Sicilie dal 1825 al 1830 ) succeduto al defunto genitore fu trasferito alla Regia Procura del Tribunale Civile di Napoli.
Nei 10 anni che Cesidio amministrò la giustizia a nome del Re diede chiaro esempio di come bene fece ad affidargli quel compito tanto che, schivando ogni lode gli venisse dagli uomini, tenne fitta la mente ai sacri doveri che incombono su coloro i quali sono prescelti ad arbitri delle sostanze, delle libertà e della vita dei loro simili; i quali doveri possono dirsi compiuti quando vi concorrono scienza ed onestà, che sono i due fattori di giustizia legale; difatti è per l'uno che si genera cognizione piena della cosa, il che vale bandire l'ignoranza generica e specifica, comunque la si guardi o nelle norme comuni del diritto o nell'soggetto proprio di cui si ha a giudicare, per l'altro si ha la causa prima d'indipendenza, poichè l'onestà muove dal vero ed il vero non ha padroni.
E che quella nobile anima di Cesidio non soffrisse padroni lo conferma Luigi Settembrini, l'ardente patriota, il fiero nemico di tiranni e di stranieri, l'attore, come lo dipinge bene Francesco De Sanctis, convinto e appasionato del 1848, nell'amore impaziente dell'unità e dell'indipendenza della nostra Italia.
Si riporta di seguito un brano dell'opera del patriota e letterato Luigi Settembrini "Ricordanze della mia vita" volume I - Il Giudizio- pubblicata postuma nel 1879 con prefazione di Francesco De Sanctis.
Si ricordi che il Settembrini da Catanzaro fece opera di proselitismo per la setta dei " Figli della Giovine Italia", fondata dall'amico Musolino; per questa attività politica venne arrestato nel maggio del 1839.
"... Dopo l'impinguamento del processo alcuni giudici vedono bene la causa, specialmente il barone Cesidio Bonanni che è Commissario. ... Eccoci davanti alla Commissione di Stato, che sedeva intorno a una gran tavola con tappeto verde.
Il presidente in mezzo; a sinistra il consigliere Donati Laudati, il colonnello Della Spina di marina, il colonnello Gullo dei granatieri, il cancelliere; a destra il consigliere Gregorio Morelli, il consigliere barone Cesidio Bonanni, il Marcarelli, il Crispi, il procuratore generale De Luca. ... I nostri interrogatori, il rapporto del commissario Bonanni, la lettura dei documenti, la discussione, ci vollero parecchi giorni; e ogni giorno dopo la seduta tornavo con il Ricciardelli nella stanza del custode e, preso un po' di cibo, attendevo la visita di mia moglie, dei miei fratelli e dei fratelli di Nicola, Giosafatte e Giovanni Ricciardelli, fiorenti e garbatissimi giovani, dei quali mi ricordo sempre con compiacenza, come mi ricordo con affetto del caro Nicola.
Questi un giorno mi disse: "Più tardi avrai una visita - oh, chi ? - Non te lo aspetti ".
E più tardi venne don Ottavio Colecchi, il filosofo che non sarebbe andato a visitare un principe, mi strinse la mano e disse: "State di buon animo, ho detto al Bonanni che non dovete essere condannati e sono certo che egli ascolta le mie parole ".
... Venne l'accusa del Procuratore Generale il quale, con un sorriso piacevole e con le più gentili parole del mondo, chiese per Benedetto Musolino, Luigi Settembrini e Raffaele Anastasio 18 anni di ferri.
... La discussione era finita.
Uscimmo ed ammanettati fummo ricondotti nella Vicaria e chiusi nelle Camerelle ad attendere la sentenza.
Era il 3.7.1841.
... Il ministro Del Carretto, responsabile della repressione di tutti i movimenti insurrezionali fino al 1848 quando fu costretto a fuggire all'estero e a ritirarsi a vita privata quando due anni dopo tornò in patria, era certo della nostra condanna perchè i processi politici erano fatti tutti come il nostro e spesso ci metteva le mani egli stesso. Come seppe che eravamo stati assolti entrò in grande furore.
Il Re ordinò si portasse a lui il processo.
Ad un tratto la Commissione Suprema per i reati di Stato fu sciolta con un Decreto reale; chiamato dal Re e rimproverato rispose dignitosamente di aver giudicato secondo coscienza ".
A questa stregua Cesidio diresse il pensiero e l'operare nel periodo non breve in cui svolse l'attività di magistrato e ciò spiega anche il suo continuo progredire; cosicchè i confini assegnatigli parvero troppo angusti alla sua benefica azione, il suo bell'astro doveva brillare in un più vasto orizzonte.
Re Ferdinando II di Borbone ( Re delle Due Sicilie dal 1830 al 1859 ), fresco successore di suo padre Francesco I, palesò presto per il Bonanni lo stesso affetto e la stima che ebbero per lui gli illustri antenati e, con Decreto del 25.10.1831, lo chiamò a Napoli, capitale del regno, tra i il Bonanni giudici di quella Gran Corte Civile.
Il Bonanni, sebbene gli dolesse molto lasciare la patria e vivere lontano dai suoi cari, si chinò al volere del sovrano e, facendo tacere in cuor suo la carità per i suoi concittadini che tanto erano addolorati per la sua partenza, venne annunciato dal suo grande nome.
Napoli fu lieta dell'acquisto; quel magistrato, secondo a nessuno per senno ed autorità, fece una gran festa al suo nuovo collega ed il giovane Re gli aprì davanti la via ad i più grandi onori, nei quali l'aspettavano abbondanti allori che lui colse quando in breve tempo con Decreto reale del 9.6.1833 fu promosso Giudice supplente della Suprema Commissione per i reati di Stato e successivamente con Decreto reale del 3.5.1836 Giudice ordinario della stessa.
Inoltre con Decreto del 21.11.1835 fu nominato Consigliere degli Ospizi e con Decreto del 26.12.1836 Vice presidente di Gran Corte Civile.
I molti onori e gli scabrosi uffizi porsero a Cesidio un'ottima occasione per mostrare quanto in lui fosse alto l'amore per la giustizia.
Abborrente da bassi timori e da vili speranze egli vi apportò mente serena, animo forte, coscienza pura, franca parola, assiduo lavoro.
Rimasto vedovo della consorte, rapita in giovane età nel fiore della vita e delle speranze, trovò lenimento al grave dolore nei suoi piccoli figli che crescevano precoci in senno ed in amore per il tenero padre.
La sua vita non svagata nel piacere, nè sturbata da rimorsi si alternava tra gli uffizi del magistrato, le cure domestiche ed i suoi difficili studi.
Anzi egli trovò tempo e soddisfazione per realizzare un sogno che riguardava le cose giuridiche e cioè far stampare le sue lezioni dettate in patria ai suoi cari giovani in una breve,ma compiuta trattazione, che intitolò: Elementa Juris Criminalis.
Per intendere con attenzione il metodo di quel libro bisogna pensare allo stato in cui erano gli studi penali in quella stagione quando il Bonanni li dava alla luce.
Fino alla seconda metà del XVIII secolo l'insegnamento delle scienze penali comprendeva la semplice esposizione di leggi senza evidenziare i principi supremi di ragione che le formavano.
Il magistrato si conformava a quel sistema tenuto nelle scuole e le sue sentenze erano esposte in tribunale prive di quei ragionamenti che tanto valgono ad appalesare la giustizia e l'equità del giudicato.
Era necessario che si riformasse quel sistema dal quale scaturivano abusi, prepotenze e mali gravissimi nell'amministrazione della giustizia ed anche alla scienza.
Al grido universale che si levò in Europa fecero eco dotte penne di pubblicisti napoletani, che a ragione possono dirsi i primi da dove, dopo il Beccaria, il Riso ed il Pinelli in Italia, il Servan ed il Warville in Francia, mosse la scintilla del movimento filosofico nelle scienze penali.
Francesco Mario Pagano giurista e patriota e il principe Gaetano Filangieri, giurista e pensatore illuminato stimatissimo in Europa e immortale autore della Scienza della legislazione, pubblicata dal 1780 al 1785 in sette volumi, ebbero l'onore di iniziare quella riforma sia nel modo teoretico di speculazione che in quello pratico dei giudizi.
Gli scrittori che seguirono chi più chi meno si tennero sui passi di quei valorosi; le scienze penali raggiunsero la loro altezza e le questioni che tanto agitarono le menti, che invano fuori dal sistema si dibattevano a trovare la soluzione per le loro intime attinenze, apparvero quali erano nella loro realtà.
Il Bonanni aveva presto potuto ravvisare ciò che mancava per condurre la scienza del diritto, riguardo alla ragione penale, al suo pieno svolgimento ed a verace meta.
Il movimento iniziato dalla scuola filosofica gli parve opportuno per ridonare alla scienza la sua dignità ed alla coscienza pubblica le sue ragioni.
Egli lo seguì con avvedutezza e, togliendone quanto gli sapesse d'ipotetico o si dilungasse dai veri immutabili su cui si leva il potere sociale e la giustizia punitrice, con la voce e con lo scritto lo difese dagli argomenti della vecchia scuola e lo fece proprio nei suoi Elementa, i quali, perchè meglio riuscissero gradevoli, volle rivestire d'una fama leggiadra e semplice, il che ne mostra ancora quanto fosse innanzi nella classica letteratura del Lazio, e rivelarvi tre nobilissimi affetti, l'uno per i suoi figli, a cui volle dedicarli, l'altro per la patria, al cui vantaggio consacrò i primi suoi pensieri, il terzo per il suo Re.
Gli Elementa furono salutati con gioia dai dotti e dalle Accademie d'Italia e d'Europa, e molti tra essi ne annunciarono la pubblicazione lodando il libro e l'autore.
Più che ogni altro gli scrittori degli Annali Civili del Regno, chiarissimi giureconsulti del napoletano, dedicarono a lode degli Elementa il seguente articolo che mostra quanto bene li avessero accolti i cultori delle scienze giuridiche ( Vedi gli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie V,XV. Settembre, ottobre, novembre, dicembre 1837 ):
" Non si offre nuovo negli Annali Civili il nome dell'Autore di questi Elementa della ragione penale.
Vi è già in registro e vi risplende con onore tra quei magistrati i quali, destinati a rendere viva ed incorrotta l'azione della legge presso i collegi giudicanti, hanno carico di far conoscere quali siano gli ammaestramenti della giustizia punitrice sulla moralità dei popoli.
Il Bonanni alternava questo nobile e delicato uffizio con le sue lezioni al Liceo degli Abruzzi ed ora che dalla sovrana munificenza ebbe premio di sedere propresidente della Gran Corte degli appelli in questa capitale e tra i sette del Supremo straordinario magistrato contro i reati di alto tradimento contro lo Stato, non abbandonando le cure accademiche, fa di pubblica ragione quei dettati per il patrio liceo: ottimo ed utilissimo imprendimento.
Dopo aver detto che alla cognizione delle leggi positive egli fa che i giovani alunni giungano quasi di per se stessi e per illazioni tratte dai princìpi di ragione che con molta sagacia va proponendo e con l'autorità della giurisprudenza romana e dei più acuti e famosi moderni scrittori confortando.
Dopo aver detto che il nostro istitutore fa in questo suo scritto bella mostra di se quale sagace ragionatore ed erudito, e di giureconsulto profondo e sapientissimo, non avremo detto tutto.
Uno dei migliori pregi di queste Istituzioni è quello di essere dettato nella lingua dei dotti.
Non che sia nostro intendimento doversi reputare il latino idioma indispensabile per l'istruzione elementare; ma saggiamente quell'alto ingegno, quella bella anima del nostro Filangieri distingueva l'istruzione popolare dall'istruzione di chi fa scopo dei suoi studi l'esercitarsi in quelle professioni che richiedono l'ampio sviluppo delle facoltà intellettuali e svariate e molteplici cognizioni.
E bene e sagacemente presumevano le nostre leggi che, nei pubblici esperimenti nei quali i giovani devono dimostrare il profitto che dai loro studi hanno saputo trarre per essere abilitati all'esercizio di quelle delicate professioni, nel linguaggio latino dettino l'esposizione della tesi che a loro si propone ad esame.
Chepperò in questo libro il doppio vantaggio si ottiene dal giovane alunno, d'istruirsi nelle discipline dell'ardua scienza cui deve addirsi e di esporre in modo elegante e con piena proprietà le cognizioni apprese della nobile palestra che gli si offre e nella quale di scienza non solo, ma di erudita cultura è necessario dare garanzia.
Sarebbe meraviglioso se tutte le istituzioni scientifiche venissero a compilarsi in questo modo".
Ma non furono solo gli scrittori degli Annali Civili a tessere le lodi di Cesidio Bonanni.
Anche gli stranieri addentro alle cose del nostro Paese furono larghi di encomi.
Basti per tutti Karl Josef Anton Mittermaier, il quale fu a ragione tra i più importanti scrittori germanici di questioni giuridiche, lasciò infatti un'impronta fondamentale nel diritto privato tedesco ( Principi di diritto comune tedesco, 1824 ), oltrechè nella procedura penale e civile.
Egli ebbe tra le mani l'opera del Bonanni e dopo averla accuratamente studiata, vi ravvisò elevatezza di pensiero ed ordine d'idee, abbondanza di erudizione e chiarezza di metodo e se ne invaghì tanto che, non pago d'averla illustrata, la fece studiare ai suoi alunni.
Il Mittermaier volle dare prova del suo gradimento quando, venuto a Napoli nel 1845 per il raduno degli uomini di lettere e di scienze, volle conoscere personalmente l'Autore; ed ebbe grande piacere nel trattenersi lungamente con lui, ammirarne lo svariato sapere e presentargli l'omaggio della scienza anche a nome dei dotti professori di Germania.
A pregio dell'opera del Bonanni bisogna ora ricordare che, dovendosi raccogliere i migliori libri d'ogni tipo di dottrina per la Reale Biblioteca d'Atene, divenuta metropoli del nuovo Regno ellenico, per ravvivare i lumi della scienza in quel popolo glorioso che in altri tempi ne fu maestro al mondo, si richiesero al nostro Cesidio i suoi Elementa.
Egli accettò e, sebbene cercò d'attenuare l'importanza del suo libro, lo spedì per soddisfare, come esso stesso scrisse, il sentimento di riconoscenza per la patria dei Pindari e dei Demostene e dare anche poco a chi molto diede.
Egli solo non vedeva la gara che connazionali e forestieri facevano nel celebrare le sue lodi.
Fin da piccolo apprese il senso nobilissimo della modestia e questa virtù, prima fra tutte nella via della perfezione, gli fece sempre da guida e da compagna e gli aprì i più nascosti recessi del sapere, chiusi all'orgoglio, e ne dispose l'animo a quella preziosa docilità che sola del sapere sa prevenire i traviamenti.
Onde il Bonanni soleva dire di aver imparato dai lunghi studi null'altro che il " nulla sapere ", e quando qualcuno gli ripeteva ciò che i contemporanei scrivevano a sua lode, egli si divertiva a scherzare o con ingegnoso pensiero cambiava discorso.
Sarebbe meraviglioso se Cesidio Bonanni avesse avuto degli imitatori in un secolo, il XIX, tanto orgoglioso quanto stolto !
Non si vedrebbe disprezzare con villana impudenza ciò che si ignora e tenere in conto di sapienza vera un vano lussureggiare di parole che assordivano le orecchie di quella generazione sopita nel senso o perduta dietro al rumore di insensate novità !
Ma per quanto il Bonanni si sforzasse di tenere nascosta la sua vita in uno spirito tutto interiore, essa non poteva nascondersi a chi governava la cosa pubblica.
Il suo nome ormai risplendeva per i fatti egregi ed altri onori l'attendevano. Infatti con Decreto del 16.2.1847 di Re Ferdinando II veniva promosso a Consigliere di Corte di Trani in Puglia.
Il volere del sovrano era sacro per il Bonanni quanto il principio di autorità da dove nasceva: cosicchè si recò subito nella nuova residenza; ma, dopo appena 5 mesi, il Re, che aveva appieno ponderato il merito incomparabile superiore all'invidia degli emuli ed alle insidie dei tristi, lo richiamò dagli uffizi del magistrato e lo indirizzò nella Suprema Consulta di Stato dove poteva meglio rispondere al pubblico benessere.
Ciò dispiacque molto agli abitanti di Trani che in quel poco tempo poterono apprezzare il suo accorgimento e l'imparzialità nei giudizi e quando, risolta un'antichissima controversia tra i Comuni di Trani e Corato, lasciò quelle terre per tornare a Napoli che gli preparava liete accoglienze, la cittadinanza pugliese si riversò nelle vie per festeggiarlo e piangendo ne salutò la partenza.
I tempi che seguirono furono pieni di avvenimenti per l'Italia e per il Regno.
Mentre nel Mezzogiorno si andava estendendo l'opposizione antiborbonica, dalla Sicilia partì il segnale della rivoluzione quarantottesca: il 12.1.1848 insorgeva Palermo, mentre in tutte le altre parti d'Italia si manifestavano i sintomi di ribellione.
Per prevenire sanguinose reazioni i principi accordarono monarchia e libertà con reciproche garanzie: le moderne Costituzioni emanate dai sovrani e sanzionate dai congressi ovunque furono applicate, trasformarono governo, leggi e costumi.
Napoli avvertì più tardi l'effetto di tali trasformazioni che nel centro e nel settentrione d'Italia già creavano i nuovi ordini di sapore assolutista.
Re Ferdinando II si associò in quei cambiamenti ai sovrani d'Italia. Il compito di conciliare in quel periodo di transizione diritti di sovranità, interessi di dinastia e libertà popolari era arduo e necessitava più che mai un saggio consiglio e un pronto operare.
Il Re trovò soluzione in Cesidio Bonanni quale sottile conoscitore di tempi e uomini, devoto alla patria e alla monarchia e con propria disposizione del 27.1.1848 lo volle con sè nel supremo consiglio come Ministro Segretario di Stato di Grazia e Giustizia ed incaricato per gli Affari Ecclesiastici del Regno; in tali uffuzi egli ebbe per sano ideale l'armonia della Chiesa con lo Stato, pur restando i due grandi enti nell'orbita della propria missione.
Il 29.1.1848 Re Ferdinando II fu costretto dall'ormai incontenibile movimento liberale a concedere una Costituzione, ma ripristinò gradatamente il regime assoluto dopo la sanguinosa giornata del 15.5.1848 in cui l'esercito battè le forze liberali in duri combattimenti in strada.
Si riporta ora un brano tratto dalle "Memorie biografiche degli scrittori aquilani trapassati dal 1820 al 1893", pubblicazione straordinaria della società di storia patria negli Abruzzi, Giuseppe Mele tipografo-editore, 1898, scritto dal Duca Giuseppe Rivera: " I tempi volgevano a nuovo indirizzo in seguito alle riforme governative operate dal nuovo Pontefice Pio IX.
Re Ferdinando II decise di apportare qualche modifica al suo governo, incominciando dalla formazione di un nuovo Ministero del quale con Decreto del 27.1.1848 fu data la presidenza al Duca di Serracapriola.
Il Bonanni fu chiamato a farne parte come Ministro di Grazia e Giustizia, nonchè come incaricato del portafoglio degli affari ecclesiastici, cui poi fu anche effettivamente preposto.
L'incarico principale del nuovo Ministero era delicato e di massimo interesse, come quello di compilare uno Statuto Costituzionale, dato che il Re, appena creato il Ministero, l'aveva promesso al popolo.
Il progetto dello Statuto fu maturato principalmente per opera del Bonanni, come uomo di diritto e, si afferma che fu discusso e redatto nella sua stessa casa... .
In conclusione non gli potrà venir contestata la fama come uno dei più dotti giureconsulti napoletani fioriti in seguito alla riformata legislazione del nostro secolo. Della quale fama rendono inoltre continua testimonianza le sue opere ".
Si riporta ora un brano tratto da "La fine di un Regno ", parte I, 1895 scritto da Raffaele De Cesare, storico dell'ultimo decennio del Regno delle Due Sicilie: "Il Barone Cesidio Bonanni, ministro di Grazia e Giustizia nel primo Gabinetto costituzionale del 1848, tenne aperto il libro dei Vangeli sul quale il Re Ferdinando II posò la mano giurando fede alla Costituzione.
Quando si cominciò a parlare di abolizione dello Statuto, il consultore Bonanni al giovane relatore Giuseppe Colucci che gli manifestava i suoi timori, rispondeva: " Hanno da tagliare queste mani prima di abolire la Costituzione ", ricordando il fatto di aver tenuto lui il libro dei Vangeli in quel memorabile giorno.
Ebbe ragione, le sue mani non furono tagliate perchè la Costituzione non venne mai abolita; essa restò abolita di fatto ".
Nel frattempo il 5.3.1848 Re Ferdinando II affidò a Cesidio il dipartimento degli Affari Ecclesiastici.
Se il sopraintendere alla cosa pubblica è già impresa assai difficile in tempi tranquilli, diviene ancora più arduo in tempi burrascosi quando irti sono gli ostacoli, scarsi gli aiuti, scabrose le prove, divisi gli animi e tali erano i tempi nei quali Cesidio Bonanni veniva scelto dal suo Re all'alto ufficio di Ministro.
Egli studiò i problemi con animo calmo e sagace, ponderò i bisogni, scorse i pericoli.
Dopo poco tempo il Ministero di gennaio riconsegnava nelle mani del Re il potere e il Bonanni, che vi era entrato non per scaltra ambizione, ma per merito di giustizia a lungo provata e che l'aveva tenuto con tenace amore al giusto e alla utilità dei suoi amministrati, ne uscì senza rimorsi.
E quando le nuvole tempestose addensatesi sul Regno a rabbuiare la serenità di questo cielo si diradò per il volere della Provvidenza nelle memorabili giornate del maggio 1848, il Bonanni si trovava nella Consulta di Stato a proseguire con pari alacrità ed avvedutezza i suoi studi ed i suoi lavori i quali non furono da meno di quelli compiuti negli anni passati, e ciò sia in ragione delle tante e svariate questioni che gli si chiedevano di svolgere e di dare un parere, sia in ragione di nuovi uffizi che gli si addossavano per sovrana benevolenza.
Ed il Bonanni con Decreto del 6.3.1848 fu Sopraintendente degli Archivi generali del Regno; con Decreto del 4.12.1818 Commissario con pieni poteri per l'esecuzione del Concordato, conchiuso nel 1818 tra Papa Pio VII e Re Ferdinando I di Napoli a determinare il diritto canonico municipale del Regno; con Decreto del 13.9.1853 Preposto alla firma del Regio Placito o " Exequatur " ( clausola anticamente posta dalle autorità dello Stato ad atti della Santa Sede che comportassero variazioni patrimoniali o assunzioni di cariche pubbliche con effetti rilevanti nello Stato; l'Exequatur fu abolito dai Patti Lateranensi ) per le Bolle ed i Rescritti Pontifici a norma di quanto veniva stabilito in quel Concordato.
In tali uffizi non si sarebbe potuto meglio che in lui porre affidamento.
Dotato di elevatezza di mente e vastità di conoscenze coltivò con amore lo studio del diritto pubblico poichè aveva potuto facilmente indagare la natura dei poteri sociali, ravvisarne le vere relazioni, stabilirne i diritti di reciproca coesistenza.
In quello studio non poteva sfuggirgli quella questione intorno alla quale si agitano gli spiriti d'Europa, la politica religiosa; e vi si applicò con cuore pari alle difficoltà dell'obiettivo.
Rifiutò i due sistemi, l'assorbimento e la separazione, quello che confonde, questo che dissolve e guardando al fine dei poteri, all'oggetto su cui si svolgono sulla terra, ove s'incontrano nell'uomo, tenne per il sistema di armonia nelle relazioni dei poteri; il quale sistema, fondato com'è nell'intrinseca ragione sociale dei due consorzi, spirituale l'uno e religioso, temporale e civile l'altro, è quello di tutti i giuristi di sana scuola.
Il Bonanni li caldeggiò con la voce e con lo scritto e da uomo di Stato li fece valere nei Consigli della Corona, mostrando quanto abborrisse dal fare buon viso ai peregrini ritrovati dei tempi nuovi che vorrebbero proclamare l'ateismo sociale sulle rovine d'ogni ordine di pubblica moralità.
I molti e gravi uffizi a lui conferiti riguardanti più da vicino quelle conoscenze e la comune stima che ebbe presso i suoi colleghi di Consulta, che in quelle questioni richiesero sempre per primo il suo parere, fanno rilevare quanto profonda fosse nel Bonanni la scienza di quelle discipline.
Non solo in queste cose le sue parole erano accolte con quella sicurezza che vi apporta una mente sottile e colta, ma in quanto richiedesse saviezza d'intendimento, prudenza di giudizi, capacità di ragionamento.
Ciò attestano onoratamente le molte produzioni che ancora rimangono da lui compilate e nel dirimere ardue controversie e nel proporre leggi secondo le comuni esigenze del pubblico bene, e la stima che crebbe nel sovrano il quale lo tenne tra i più dotti giureconsulti di quell'ampio consesso; del quale convincimento gli dava prova di continuo, poichè non solo si valeva in privato dei suoi consigli, ma lo sceglieva quale arbitro di antiche e domestiche questioni tra le famiglie illustri del nostro patriziato.
Inoltre, poichè il dotto giureconsulto di Francia Paolo Sauzet, già Presidente di quella Camera dei Deputati al 1848 e socio di tante Accademie d'Europa, era venuto a Napoli a studiare la nostra legislazione, Re Ferdinando II lo diresse a lui per tenerlo informato delle cose di Stato.
Il Sauzet fu talmente preso dalle doti di mente e cuore che disse d'aver conosciuto nel Bonanni non un giurista ma un dotto d'ogni cultura.
Ma Cesidio non doveva più a lungo operare nelle questioni riguardanti la Patria e gli uomini posti a capo della cosa pubblica per il sopravvenire delle politiche turbolente che interessarono l'Italia e il Regno nella seconda metà del XIX secolo.
Il Re Ferdinando II dopo un regno di poco meno di 6 lustri, moriva per un morbo nel maggio del 1859, lasciando il trono al piccolo figlio Francesco che divenne Re delle Due Sicilie col nome di Francesco II di Borbone e regnò fino al 1860.
Il nuovo Re ereditò per il Bonanni la stessa stima del padre e con Decreto del 5.9.1859 lo nominò Vice-presidente della R.Deputazione Costantiniana, Cancelliere e Prefetto dell' Archivio di quell'Ordine.
Ma i tempi volgevano al peggio.
Le riforme proclamate da quel sovrano ( la Costituzione di giugno ) sembravano tarde e strappate dalla forza degli eventi.
Di temperamento iirrisoluto e debole il giovane Re fu travolto dagli avvenimenti del 1859-1860; respingendo la politica di alleanza con la Sardegna, caldeggiata dal suo ministro Carlo Filangieri, rimase infatti neutrale durante la guerra austro-sarda e declinò anche l'offerta di Cavour di dividere con il Piemonte lo Stato Pontificio.
Il principe, scorgendo vane le difese, inutili le resistenze, a scongiurare incendi e saccheggi alla terra ove riposavano i suoi padri, nel 1860 di fronte alla travolgente avanzata di Garibaldi abbandonò la reggia e si ritirò a Gaeta a sostenere i diritti di monarchia due volte secolare, ma qui il 13.2.1861 si arrese alle truppe sarde.
Cesidio Bonanni vedendo crescere l'anarchia e i pericoli per la pubblica quiete, nell'agosto del 1860 chiedeva al Re un congedo per seguire da lontano gli avvenimenti che rapidi si succedevano.
E quando ogni cosa fu perduta con le nostre istituzioni e Napoli e il Regno furono costretti ad ubbidire a una nuova signoria egli chiese un definitivo riposo che gli venne accordato il 24.12.1860.
Intanto il plebiscito del 21.10.1860 permise l'annessione del territorio e successivamente il 17.3.1861 venne pubblicato il Decreto che proclamava il Regno d'Italia.

Vecchiaia

Da allora egli visse in famiglia anche se molti dei suoi antichi amici, a cui piacquero quei cambiamenti, si adoperarono per trarlo via allettandolo con promesse di onori e cariche nei nuovi reggimenti.
Egli rifiutò quelle offerte pago di trascorrere il resto dei suoi giorni tra gli affetti dei suoi cari, la dolce compagnia degli amici e l'esercizio di virtù cristiane.
I suoi figli allevati da lui con solerte ed amorosa cura nella pietà e nella scienza, erano già padri di bella e numerosa prole che il primogenito Giovanni ebbe dalla Marchesa Lucia Avati ed il secondogenito Michele dalla Baronessa Cecilia Masciarelli.
Essi trasmettevano nei figli il seme benefico di virtù che ebbero a loro volta dal venerando padre; e Luisa, l'unica figlia di Cesidio, viveva in patria nella purezza di vita angelica e feconda di buone opere.
Cesidio visse con Giovanni, che amò teneramente come gli altri figli che, sebbene lontani, gli furono sempre presenti e ne ebbe carissimi i figli ai quali si dedicò per tutti gli anni in cui vissero insieme.
Li amò come figli senza infastidirsi delle incostanze proprie dell'età puerile e fattosi piccolo con i piccoli li volle sempre intorno a se, anche nei trastulli infantili, per tenerli desti nei doveri di civiltà e temperanza. Quando crebbero li avviò alla ricerca d'ogni sapere del quale era pieno di ricchezza e al vivere morigerato; ed essi sentirono presto scaldarsi l'animo di stima e affetto per il nonno come per i loro amati genitori.
E lungi dall'annoiarsi per i suoi ripetuti insegnamenti, com'è purtroppo comune nei giovani, pendevano docili dalle sue labbra e si contendevano la fortuna di tenergli compagnia anche nel passeggiare che per essi era scuola perenne di buon vivere sociale.
Ma ciò che a Cesidio premeva maggiormente nell'alternare con i loro genitori l'educazione per i nipoti, fu l'ispirare in loro un sentimento d'amore per la religione.
Aduso fin dall'infanzia a quelle pratiche, per l'opera salutare dei suoi educatori, Cesidio sperimentò presto le dolcezze che nella vita traggono conforto anche dal dolore.
E non fu tra quelli che, per falso concetto di religione, frutto di mediocre sapere o per follia d'orgoglio, disprezzano la pietà quale argomento di medesimo ingegno o volgari costumi indegni a spiriti generosi e illuminati.
Questi principi che tanti animi paurosi ritraggono dalla religione, non arrisero mai a Cesidio anche quando occupava ruoli importanti.
Egli non si vergognò mai della sua fede alla quale conformò tutta la sua vita e dalla quale trasse ogni ispirazione sul vero, sul bene e sul bello di cui quella è fonte e madre.
Ad i suoi nipoti volle ispirare questo sentimento che in lui grandeggiava e giovandosi dell'esempio, la cui forza è così potente nell'attrarre i cuori, più della parola, lo inseminò nei loro animi.
Egli li conduceva con se in tutte le solennità dell'anno alla nobile congrega dell' Immacolata di Montecalvario, della quale teneva il governo ed a cui volli ascrivere confratelli i due nipoti Cesidio e Giuseppe.
Qui assisteva con edificante raccoglimento ai sacri misteri che vi si celebravano ed ascoltava la divina parola e non passava giorno senza che ascoltasse la Messa o alla sera visitasse il Dio nascosto nei suoi tabernacoli.
Davanti a quel mistero di fede ed amore la sua mente si chinava ossequiosa e riverente, il suo cuore si schiudeva ad una gioia inneffabile cui ne godono solo gli eletti e che il mondo tiene lontano perchè ignora.
Era edificante vederlo negli ultimi anni della sua vita, quando le forze gli mancarono, portarsi all'altare sorretto dagli affettuosi nipoti e con gli occhi umidi venire nel segreto dell'animo sfogando al Dio della carità quegli affetti che dentro di se custodiva.
E perchè nulla rimettesse di quel fervore, si teneva sempre desto nel pensiero di Dio con la meditazione degli eterni veri, con la preghiera quotidiana ed assidua cui preponeva ad ogni sua azione.
E gli era caro recitare ogni giorno parte della salmodia davidica e compreso dai concetti sublimi di quella ispirata poesia ne andava spesso ripetendo i tratti più belli, e sembrava che si levasse sopra se stesso e tutto venisse assorto nella grande contemplazione.
Ma la pietà di Cesidio non era sterile di opere buone. La Pietà che più ne avvicina a Dio datore d'ogni bene e padre provvidentissimo delle opere di sua mano, non chiude il cuore ai sensi di compassione, nè ritrae la mano dal beneficio.
Il Cristianesimo che comanda l'amore a Dio non vuole che si compia diversamente quel suo precetto se non nell'amore per il simile il quale di Dio porta l'immagine.
Un sistema di credenze che rende insensibile alle sventure altrui, che addita nel simile uno strumento all'orgoglio, al disprezzo, alla vendetta, al piacere, non è il Cristianesimo; esso è rinnegamento ai supremi veri di religione.
Cesidio che ebbe sempre la religione come guida e compagna, sincera nelle credenze, viva negli affetti, operosa nelle azioni, fu rigido osservatore dei doveri che quella prescrive.
Egli sentì tutta la forza del grande precetto dell'uomo.
Dio che poneva a tessera di fede l'amore per gli uguali; e la sua mano fu generosa per i poveri.
Non c'era sventura di cui si sapesse che non venisse sollevata con la sua carità, non c'era miseria o indigenza che a lui facesse ricorso che non ne portasse un aiuto generoso, non gli si svelava un bisogno che non fosse sollecito a provvedervi con le sue elemosine.
E nella sua generosità era così silenzioso che se ne aveva a male se altri lo venivano a sapere, memore del detto evangelico: " non sappia neanche la tua sinistra quello che fa la tua destra ".
In tali opere di cristiano Cesidio spese tutta la vita cui il cielo volle protrarre lungamente per ricompensarlo anche quaggiù.
Giunto al termine della vita vide senza rimorsi fuggirgli il tempo e senza paura avvicinarsi il tremendo e misterioso avvenire che l'aspettava oltre la tomba.
Nato con un corpo sano egli non andò nel lungo corso dei suoi anni soggetto a quei mali che tanto rendono molesta la vita.
Per virtù di temperanza e di onesto vivere anche in età inoltrata ebbe forza di spirito e gagliardia di corpo.
Invecchiato sentì mancargli ogni giorno di più il vigore, ma egli gurdò la fine dei suoi giorni come il principio di una vita migliore.
Scrisse l'ultima sua volontà disponendo in favore dei suoi affettuosi figli il ricco patrimonio, accresciuto per nulla da quello che aveva ereditato dal padre, malgrado gli splendidi uffizi sostenuti. Quello scritto tutto di sua mano è l'espressione del suo pensiero.
Egli vi lasciò i più cari ricordi che possa un padre amoroso ai suoi figli.
Conoscendo bene i tempi nei quali era vissuto e che agitavano così tanto la società di fine ottocento, egli raccomandò loro di tenersi lontani da qualsiasi associazione cui le leggi di chiesa e civili condannano e nelle quali si ripudia ogni religione e morale a scapito della libertà e della coscienza.
E perchè avessero un aiuto al vivere bene, gli lasciò quale parte più cara della sua eredità la devozione a Maria madre dei cristiani, rammentando il detto del Santo da Siena: " non potere giammai andar dannato chi in Lei pone sua confidenza ".
Con questo sentimento Cesidio si preparava alla morte, ve lo condusse un lento malore senile.
Istruito a quella religione che nella sensibilità più tormentosa dei mali dispensa all'uomo paziente la corona del rassegnato, li tollerò con animo sereno e non si lamentò mai anche nei dolori più intensi che provava.
Prendeva conforto nella preghiera e nella presenza dell'amato figlio Giovanni, dei suoi cari nipoti e della loro savia madre, donna nobilissima e pia, in cui con le grazie più elette di natura fan bella gara virtù sublimi d'amore virile.
Essi non s'allontanavano mai dal letto, gli prestavano le cure e gli procuravano sollievo.
Giunto allo stremo volle accanto a sè tutta la famiglia per dar loro l'ultimo addio e strettili teneramente al seno, confondendo con le loro le sue lacrime, levò la mano tremante e, sollevate al cielo le pupille velate dal pianto, pregò sul loro capo e sui cari figli lontani le copiose benedizioni che i morenti patriarchi ne imploravano sui figli e sui nipoti.
E conscio dei mali che tanto affliggono la presente società e dei pericoli cui va incontro la gioventù incauta ai nostri giorni, fatto avvicinare Cesidio, il primogenito tra i suoi nipoti, raccolte le sue forze smarrite lo abbracciò affettuosamente, lo baciò sulla fronte e con voce interrotta dal pianto gli rammentò di tenersi sempre vicino al suo Dio e nel timore santo di Lui allevare la sua discendenza.
Il povero giovane baciò più volte la mano del nonno e si sciolse in lacrime: quelle parole furono per lui il più tenero ricordo che avrà in vita !
Rinvigorito dal pane dei forti ed unto dell'olio di salute Cesidio ricevette nel più devoto raccoglimento i conforti di religione e la benedizione a nome del Santo Padre Pio IX, dal suo affettuoso amico, nonchè già suo collega nella Consulta e nel Consiglio di Stato, Monsignor Michele Salzano Arcivescovo di Edessa e si raccolse in profondo sopore.
Le preghiere del sacerdote accanto al suo capezzale di tanto in tanto lo destavano: egli apriva le pupille, le fissava nell'immagine del Crocefisso ed una lacrima gli spuntava sul ciglio: quella lacrima era il pegno del suo perdono !
Le sue agonie furono avvalorate dalle preghiere della Chiesa.
La notte del 28.3.1877, sacro ai grandi misteri di nostra Redenzione, tra il pianto dell'inconsolabile famiglia e il dolore degli amici, Cesidio Bonanni, riparando sotto le ali pietose della misericordia divina, chiudeva gli occhi della carne per aprire quelli dello spirito nel premio non fuggevole riservato ai giusti.
Noi che lo conoscemmo e l'amammo con amore di figlio tenendoci a sorte d'accompagnare con la nostra povera preghiera l'ultimo sospiro e dividere l'acerbo dolore della desolata famiglia, dai fiori sparsi delle sue tante virtù raccogliemmo questa corona sulla lacrimata sua tomba.
Vi ci mosse un grande amore che i presenti ed i lontani ne imitino gli esempi, sicuri che la sua fama, da cui fummo tratti ad amarlo ed ammirarlo, perpetuata così fedelmente dai figli nella civile comunanza, sarà duratura nella memoria dei posteri: " quidquid ex eo amavimus, quidquid mirati sumus manet mansurumque est in animis hominum, in aeternitate temporum " ( Cor. Tac. in vita Agric. ).
Tratto da: "Della vita e degli scritti di Cesidio Bonanni, barone di Ocre".
Commentario per Giulio Gagliardi, prete napoletano.
Pubblicato a spese del figlio barone Giovanni Bonanni.
Napoli 1877. Cav. G. De Angelis e figlio tipografi di S.M. il Re d'Italia. Portamedina alla Pignasecca, 44.


Cesidio Bonanni, bisnonno di Gaetano, nato a L'Aquila il 15 agosto 1793, morì a Napoli il 22 marzo 1877, è un personaggio politicamente, professionalmente - come magistrato -, storicamente importante.
Laureatesi a Napoli in giurisprudenza, fu nominato professore di diritto criminale con regio decreto il 17 giugno 1817 quando non aveva compiuto ancora il 24" anno di età.
Con regio decreto 21 luglio seguente venne nominato giudice del Tribunale Civile, disimpegnando così temporaneamente due distinti uffici.
Nella magistratura raggiunse gradi elevati prima a L'Aquila, poi a Napoli.
E' stato Consultore di Stato e Procuratore del Re.
Di Cesidio Bonanni si conservano scritti giuridici, relazioni sulla giustizia, componimenti poetici.
Ha fatto parte come Ministro di Grazia e Giustizia e per gli Affari Ecclesiastici del primo governo costituzionale di Napoli, presieduto dal Duca di Serracapriola, dal 27 gennaio al 3 aprile 1848, e durante questo periodo, molto agitato, collaborò largamente alla compilazione dello Statuto ed alla sua applicazione. Nelle sue mani, come Ministro di Grazia e Giustizia, il Re Ferdinando 11° di Borbone giurò fedeltà alla costituzione. Ha fatto parte dell'Accademia dei Velati di L'Aquila col nome di Erasto Beotide. E' stato socio dell'Accademia Pontaniana e di quella reale delle Scienze di Napoli; nonché della Società della Provincia del Secondo Abruzzo Ulteriore. Settembrini in " Ricordanze della mia vita"- vol. 1° - riporta che Cesidio Bonanni, che faceva parte del collegio giudicante Settembrini stesso ed altri rei, fu determinante a mandarli tutti assolti il giorno 3 luglio 1841, nonostante il Procuratore Generale avesse chiesto la condanna a 19 anni di ferri.
L'abruzzese Colecchi infatti era intervenuto su Bonanni chiedendogli la loro assoluzione.
Il Bonanni, chiamato dal Re e rimproverato per questo avvenimento, rispose dignitosamente di aver giudicato secondo coscienza.
Cesidio Bonanni apparteneva al corpo nobile aquilano col titolo di patrizio che era stato attribuito ai suoi antenati fin dal secolo XIV come si riscontra nelle bolle pontificie.
Il Re Francesco II di Borbone con regio decreto 11 novembre 1859 gli concesse il titolo trasmissibile di Barone d'Ocre.
L'arma dei Bonanni è "d'oro al gatto passante di nero".
Stralcio tratto dagli studi dell'illustre Sig. Domenico Pettinella

Lapide di Cesidio Bonanni d'Ocre presso il Duomo di San Massimo a L'Aquila Particolare della lapide Particolare della lapide
Home - Mappa